BRUNO APOLLONÌO
nmestro
GRAMMATICA
DEL
DIALETTO AMPEZZANO
OSSERVAZIONI SULLA PARLATA AMPEZZANA
CON RELATIVI ESEMPI
Prefazione
Durante il mio lungo periodo d'' insegnamento nella scuola
elementare di Cortina d'Ampezzo ebbi campo di studiare il dia¬
letto del paese tanto nella sua parte fonetica come nella flessione
delle parole e nella sintassi; e ciò mi riusciva facile, perchè, essendo
ampezzano, ho di esso piena conoscenza.
Questo studio mi giovò moltissimo nel far apprendere ai mìei
scolari la nostra bella lingua con freccienti riferimenti e confronti
fra questa e la parlata ampezzana; ed io ne provavo diletto, mollo
più vedendo che essi vi prendevano gusto e interesse con conse¬
guente profitto.
Più volte mi son fatta la domanda se non sarebbe opportuno
raccogliere tutte le osservazioni possibili e mettere insieme una
pìccola grammatica del dialetto.
In ogni lavoro però bisogna prefiggersi uno scopo. A chi può
tornar utile la grammatica d'un dialetto parlato soltanto in una
valle di pochi abitanti? Questi non ne senton certo il bisogno :
i forestieri che per una ragione o per V altra vengono a visitare la
valle, sapendo di trovarsi in Italia, parlano italiano, e se sono
d' altra nazione, si sforzano di esprimersi alla meglio nella lingua
del paese; ma più in là non vanno.
E allora perchè spender tempo, fatica e denari per una cosa,
di cui nessuno si occupa ? Se si esclude il lato pratico per la gene¬
ralità, non si può per questo asserire che non ci siano delle persone
che prestino grande interessamento per un tal lavoro, e fra esse
in primo luogo gli studiosi di dialetti e di toponomastica, fonti
ricche e sìciire di tante cognizioni di carattere linguistico, storico
e geografico. Ma io son d ’ avviso che anche ì maestri elementari
potranno interessarsene e che una grammatica del dialetto può
esser loro giovevole, specialm.ente a quelli che non sono del luogo,
fra i quali vi può essere qualcuno che più tardi, trasferitosi nel
proprio paese, s' accinga pure a fare un simile lavoro. Puossi spe-
IV
rare che l' esempio venga seguito da altri ancora : e in tal modo
le singole grammatiche , insieme ai corrispondenti dizionari dialet¬
tali, oltreché prestarsi per la scuola all' utilizzazione e, intendia¬
moci bene, non all' insegnamento d’ un dialetto, costituirebbero per
lo studio comparato dei vari dialetti d' una regione, e magari del-
V Italia tutta, un materiale preziosissimo e ricercatissimo. Infine
si deve ammettere che oltre le persone suaccennate, ce ne siano
parecchie anche fra gli abitanti stessi che non rimarranno indif¬
ferenti e faranno buon viso ad una grammatica stampala del loro
dialetto : la prenderanno in mano, la leggeranno e vi faran sopra
giudizi vari in relazione alla loro coltura e al loro buon senso; e
non potranno non restar meravigliati nello scorgere tante belle
regole fisse che i nostri antenati ci tramandarono inconsciamente
col semplice e naturale uso eufonico.
In considerazione delle ragioni suesposte ognun vede che la
compilazione della grammatica d'un dialetto può servire a glitti¬
che cosa: ha dunque uno scopo.
E se essa da qui ad alcune centinaia d' anni avesse la sorte
d’esser scovata per caso ( che caso fortunato!) in un riposto can¬
tuccio di qualche casa e cadesse fra le mani d'uno studioso ( chi sa
mai se allora ci si occuperà ancora di tali studi; ma... forse anche
più che al presente), avrebbe servilo ad un altro scopo, quello
cioè di testimoniare ai nostri tardi nepoti, come si parlava nel
secol nostro, giacché se per legge naturale tutto si cambia quag¬
giù, anche il dialetto di Ampezzo, dopo un sì lungo periodo di
tempo, sarà un po' diverso. Esso col trascorrere degli anni, per
tante circostanze, fra cui non ultima quella del progressivo svi¬
luppo della popolazione derivante dalla scuola, dal frequente
contatto coi forestieri, la maggior parte del regno, dal commer¬
cio, dall' industria, dal servizio militare della gioventù, dal nuovo
soffio generale insomma dì vita italiana , andrà lentamente modi¬
ficandosi, specialmente coll' abbandono di certi vocaboli e di certi
modi di dire, sostituiti all' incontro da forme nuove e, almeno
speriamo, più eleganti e più corrette; nella parte caratteristica della
morfologia, essendo ogni dialetto tenacemente conservativo, non vi
saranno invece cambiamenti rimarchevoli.
Proprio negli ultimi anni eh' io slavo raccogliendo le osserva¬
zioni sul dialetto, fatte specialmente a scuola, mio cugino, V ing. An¬
nibaie Apollonio, era intenzionato dì pubblicare un dizionario con
una relativa grammatìchetta. Venuto a sapere che mi occupavo pur
V
io di quest'ultima parte, ci s' era messi d'accordo di unire in un
unico fascicolo i nostri lavori; e la cosa sarebbe divenuta probabil¬
mente realtà, se, quando era quasi lutto approntato, non fossero
sopravvenuti ad impedirlo due avvenimenti di eccezionale gravità :
lo scoppio del grande cataclisma mondiale e, pochi mesi dopo, la
morte dell' ing. Apollonio.
Due o tre anni fa anche il Doti. A. Maioni si prese la cura di
studiare il dialetto ampezzano, e difatti ne fece la compilazione
d'un ricco vocabolario che diede poi alle stampe.
Io, giudicando che sarebbe ora opportuno farne conoscere anche
la sua struttura, per non abbandonare nuovamente al caso ciò
eh' era già stato fatto, che in tal modo non $' approda mai a nulla,
pensai di rif are completamente la mia grammatica ; vi omisi parec¬
chie cose affatto inutili, corressi e modificai dove c' era bisogno e
la arricchii di nuove e più precise osservazioni ed esempi; ed avendo
già dimostrato che a qualche cosa essa può giovare , mi son decìso
di affidarla al proto per portarla a pubblica conoscenza.
E' certo che questo mio lavoruccio avrà ancor delle mende;
ma se con esso sarò riuscito a far nascere un po' d'interessamento
e per la robusta parlata ampezzana e pel bel paese d'Ampezzo ,
potrò dirmi sufficientemente sodisfallo.
Bruno Apollonio, maestro.
Trento, nel maggio 1930.
FONOLOGIA E ORTOGRAFIA
FONOLOGIA E ORTOGRAFIA
Siccome i suoni delle vocali e delle consonanti differiscon
poco da quelli della lingua, è naturale che ci si sia attenuti, per
quanto fu possibile, all' ortografia di quest’ ultima, onde render
facile la lettura di questo dialetto specialmente a chi non è
ampezzano.
I. VOCALI
I suoni delle vocali sono chiari; conviene tuttavia un’accu¬
rata accentazione grafica.
he vocali e o han due suoni:
— aperto coll’accento grave: è è
— chiuso coll’accento acuto:* é ó.
Non è però necessario che tutte le parole portino l’accento
grafico grave o acuto sulle vocali: e o; ci sì limita ad usarlo,
quando si teme che chi legge commetta errore di pronunzia.
E così, quand’ occorre, si pone 1’ accento grafico anche sulle altre
vocali : a i u. La necessità o meno dipende anche dall’applica¬
zione di una parola in un pensiero. Le parole isolate: téra = tela;
tèra = terra bisognerà accentarle; ma l' accento è affatto inutile
nei seguenti pensieri :
Duta ra me biancheria r' e fata
de bona tera,
Chel contadin l’a bona tera in-
z' i so ciarnpe.
Tutta la mia biancherìa h latta
di buona tela.
Quel contadino ha buona terra
nei suoi campì.
Esempi dì parole nelle quali si rende necessario l’accento
graf ico :
béteme, mettimi
betéme mettetemi
tòleme toglimi
toléme toglietemi
comedo cesso
sìa sega
britola coltello chiuso
fareàda inferriata
bùsc.eme baciami
4 -
E sempi di parole nelle quali l’accento grafico non è neces¬
sario, perchè le corrispondenti italiane si pronunziano nella stessa
maniera :
comodo comodo stradon stradone tornei fornello
vedova vedova ciadena catena mandamera mandatemela
camera camera sportela sportello galanton galanttiomo
Osservazioni :
1. Si deve usare l’accento grafico:
a) in molte voci verbali, il che si vedrà specificatamente in quella
parte che tratta del verbo;
b) nelle parole che han 1’ accento sull’ ultima sillaba : zita,
carità ecc.
Nelle parole che terminano colle sillabe accentate: in on en
non occorre accento grafico:
ciampanin campanile comedon gomito
cioudrin paiolo velen veleno
cason casone farsorin piccola padella
c) sulla sillaba accentata delle parole sdrucciole, soltanto quand’ è
necessario: comedo, màzora = cesso , bacchetta; non si accenterà
invece: angelo, cichera;
d) con certe parole speciali del dialetto:
séa fareàda tiò ió bóiso
secchia inferriata tu io tubo di legno per la conduttura
dell’ acqua
2. Il dittongo òli, che nella lingua non ricorre mai, ha sempre
la vocale ò aperta; il dittongo éi, ha la vocale é chiusa; perciò, di
solito, questi due dittonghi non portano l’accento grafico:
toura tavola fioura; pula; vediei vitelli
cioura capra mìei mièi porziei porci
3. Il suono delle vocali che non portano l’accento tonico
è chiuso.
4. Le parole piane (acc, sulla penultima sillaba) non portano
accento, fuorché in casi necessari:
soróio zentìio peddo pède
sole ginocchio pidocchio vicino
5. In generale cogli accenti grafici non bisogna nè sovrabbon¬
dare nè scarseggiare.
II. CONSONANTI
a) Osservazioni generali. — Anche i suoni delle consonanti
son chiusi e corrispondenti quasi tutti a quelli della lingua. Diffe¬
risce alquanto quello dell 3 s aspra, che quantunque molto sibilante,
è dolce e piacevole e rende caratteristica la parlata ampezzana;
quello del g palatale è eguale a quello del j francese e riesce piut¬
tosto duro e disaggradevole all* orecchio d T un forestiero; le liquide
1 r hanno suono forte e spiccato e danno espressione robusta al
discorso; la pronunzia delle labbiali b p e delle dentali t d è sem¬
pre marcata. La lettera I eli qualche parola della lingua viene
sostituita dalP.r come nel dialetto romano, p. es, :
laura tavola
marà malato
scora scuola
sciarin scalino
paróla pala
puri né i pollaio
varante valente
niaratia malattia
ra la : art - pronome
sciata scala
mora mola f macina
inorm mulino
E 1 rimarchevole il suono frequente palatale del c e del g
davanti alle vocali a o u; p. es. :
ciantà cantare ciùla fandonia; giónfedo tormenta
ciasa casa foicìà buttare giótì inghiottire
ciocia chioccia géa ghiandaia giùscia colostro
Il suono della Lettera v non è sempre netto e preciso, anzi in
molte parole si tende ad eliderlo; E* diffìcile stabilirne con tutta
sicurezza la vera pronunzia nelle singole parole; di solito però il
suono di questa lettera è:
— più spiccato nella prima sillaba di una parola, p. es, :
vailo vuoto van vaglio vargogna vergogna
vas vaso vàtin vattene vinte venti
vento vento vedo vedo vós voi
— meno spiccato nelle altre sillabe coir accento tonico, p. es. :
bevù bevuto spavento spavento avaro maro
davèrzeme aprimi davante davanti cavai cavallo
Nel participio passato del verbo avere alle volte sparisce o
il v viene anche sostituito dal b : avù, aù, abù — avuto .
— appena percettibile nelle sillabe che non hanno l'accento
tonico, p. es. :
avido povereto - pocréto aveve - avée càvelo - càcio
avido poveretto avevo cavalo
Non si sentono raddoppiamenti, perciò non se ne scrìvono.
b) Osservazioni particolari sulla pronunzia <2 sulla grafia rielle
seguenti lettere: c g; s z,
1. Suono gutturale e palatale del c e del g.
11 suono gutturale è eguale a quello della lingua e davanti
alle vocali e i bisogna indicarlo col segno grafico h.
Esempi :
cavai cavallo chera quella paga paga paghes paghe
cortei coltello póches poche goto gotto ghigna ghigna
cuciaro cucchiaio ehitàra chitarra gusto gusto ghi ce (pron.)
Il suono palatale del c davanti alle vocali e i riscontrasi
in poche parole.
Esempi :
ci chi, pron. parcé perchè bóces bocche
ce che, pron. bànces panche forces forche
Iji moltissime parole il suono palatale del c viene sostituito
dalla z aspra. Vedi osservazioni sul suono aspro della z. (c. pag. 9).
Si rende palatale il c dinanzi alle vocali a o u col segno gra¬
fico i come nella lingua: l’i perciò non ha suono.
Esempi: ')
ciapel cappello ciulà ingannare cioudo caldo
cioudiera caldaia ciamórza camoscio cioucèra fornace dì calce
Il suono palatale del g differisce da quello della lingua, e
come fu detto, corrisponde appieno a quello del j francese 1 ).
Esempi : * *)
gèra ghiaia gigante gigante giacheta giacchetta
genìa genia pagina pagina fagiói fagioli
gèn gomitolo gì amba gamba tamegiói semola
Dinanzi alle vocali a o u usasi il segno grafico i che non ha
suono, ma è segno grafico soltanto.
Il suono palatale del g della lingua indicasi spesso colla zeta,
il cui suono è assai dolce. Vedi annotazione sul suono dolce della
zeta (d. pag. 9).
*) Se il maestro in iscuola si cura di far pronunziare il g italia¬
namente, ottiene con facilità una pronunzia esatta.
*) Vedi altri esempi nelle Osservazioni generali a pag. 5.
7
2 . Suono aspro e dolce delle lettere s e z.
a) Suono aspro deir s. Si scrive colla s corta, — S.
Davanti alle vocali il suono dell* s è molto sibilante, caratte¬
ristico, e l 1 ampezzano, parlando in lingua o in un altro dialetto,
ben difficilmente V abbandona.
Esempi :
sai sale
seme seme
savó sapore
silenzio silenzio
solo solo
sóle sotto
sora sopra
superbo superbo
insoma insamma
adès adesso
pés peso
pès piedi
Il raddoppiamento deir s non se lo scrive, ma V s si pronun¬
zia con un suono molto aspro 1 ).
Esempi :
èse esse e le voci dei verbi nel conglun-
mesa messa tivo e nel condizionale. (Vedi II
masa massa parte: Morfologia).
Anche T s impura (seguita da una consonante) ha suono
aspro, ma nel dialetto ampezzano si pronunzia sempre coi suono
del nesso se. Se V ampezzano legge un brano dì lingua, dà air s
impura il suono sibilante e lo emette con difficoltà. Se V s è
seguita dalla consonante b, il suono è un po' dolce.
Esempi :
scarpion scorpione scufìa cuffia sbalzo sbalzo
spegazo sgorbio, sproposito slraco stracco sbreà lacerare
sportela sporteli a sfa z ad a sfociata sbudelà sòlide tiare
Quando V s impura è seguita dal c col suono palatale, bisogna
porvi frammezzo una lineetta, onde poter dare ad ogni lettera il
proprio suono distinto. Nella lingua non riscontrasi questo accozzo
di suoni : ragione per cui la grafia del dialetto in questo caso
è nuova.
Esempi ■
s-cieto schietto s-clegià arruffato
s-ciopo schioppo s-cìànta pochino
s-ciapa cattivo soggetto s-eiopetìn genziana (flore)
s-ciavitù schiavitù
s-cìùpo tratto erto
s-cìóse lumache col coperchio
i) La parola pasìon (passione) viene pronunziata eoi suono del
nesso se. — Es. : Ra pastori dei Signor.
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Il nesso se (sempre s impura) dinanzi alle vocali e i si pro¬
nunzia come nella lingua.
Esempi :
scelta scelta scempio sciocco, distruzione mescedà mescolare
sceglie scegliere pasce pascere scimia scimmia
Per avere il suono del nesso se davanti alle vocali a o u è
necessario frammezzo il segno grafico i, e la pronunzia è identica
a quella della lingua, p, es.; sciagura, asciutto, nelle quali, s’in¬
tende, V i non si pronunzia.
Esempi :
sciarìn icelmo pasciti pasciuto brasción albero
scioudà scaldare sciùbia lesina sciosciodà frugare
In qualche parola tolta dalla lingua si sente anche il suo¬
no dell’ i.
Esempi :
sciàtega sciatica sciarada sciarada sciopero sciopero
scióra signora scienza scienza sciolto sciolto
’ Se la parola termina col nesso se, le componenti s c non
assumono suoni distinti.
Esempi :
pése pesce tèse fa balòsc sciocco
b) Suono dolce dell’esse si indica con un puntino di sotto: — s 1 ).
Il suono corrisponde a quello della lingua nella parola: rosa.
Si pronunzia col suono dolce anche quando nella corrispon¬
dente parola della lingua il suono è aspro; p. es. : curiosa = curiosa;
dolorosa = dolorosa.
Esempi :
cìasa casa sta?a lineale, regolo spesa spesa
cìame^a camicia tósa tosa famósa famosa
i’tió§a rosa besén bisogna vargognósa vergognosa
In qualche rara parola si sostituisce il g palatale all’ s dolce.
Esempi : Invece di gésa chiesa si pronuncia anche gégia.
» » quasi quasi » » » quagi.
Però questi suoni così duri accennano a scomparire.
1 ) Scrivendo, è molto pratica anche l’esse lunga. — L‘ esse dolce
maiuscola non ricorre mai.
9
c) Suono aspro della z, Si scrive colla zeta corta: z. Si pronunzia
come nella parola della lingua: zazzera.
ciaza
Esempi :
mestola
in ze
dentro
zìvil
civile
zmio
trottola
zera
cera
zìmesc
cimice
puza
puzza
zento
cento
zità
città
zuzo
capezzolo art
zima
cima
senziér
sincero
pizo
piccolo
ziza
ciccia
zeieste
celeste
zilia
rondine
zesà
retrocedere
zinquantin cinquantino
zerza
tèndine
zigòria cicoria
zufo
ciuffo
Nella massima parte delle parole il c
pura viene sostituito dalla z aspra, (b. pag.
palatale
6).
della lingua
d) Suono dolce della zèta. Si indica con un puntino di sotto: 2 Z 1 2 ).
Il suono è quello della lingua nella parola: zonzo.
Esempi :
zón andiamo J - e
zìsi iì andarsene > g
za già
zò giù
zónta giunta
^uógo giogo
zarlìn gerla
pèzo peggio
Zane Giovanni
zente gente
zanzìa gengiva
a;irà girare
ziro giro
zenóio ginocchio
zurà giurare
zuramento giuramento
zès gesso
Zumèles località d'Ampezzo
zarman cugino (germano)
zarmón germoglio
zéi giglio
zéme gemere
zendro genero
zenóro ginepro
zoà giovare
zóiha giovedì
zuógo giogo
zimà digiunare
In moltissime parole la z dolce sostituisce il g palatale della
lingua/ (&, pag* 6).
Esempi di altre parole colla z dolce s fra cui qualcuna tolta
dalla lingua.
zufa farinata zùdin latte coagulato zogolà articolare
zanzàra zanzara zèfìro zeffiro zero zero
l ) Scrivendo, riescono molto pratiche anche le zeta lunghe.
2 B. Apollonio - Gromma ttea dialetto Ampezzano*
10
Riepilogo
dei suoni di alcune consonanti.
1. — v: — spiccato, meqo spiccato, quasi scomparso.
2. — c g: — suono gutturale r ca co cu; che chi
ga go gu; ghe ghi
suono palatale : ce ci; eia ciò ciu
ge gì; già gio giu
Il suono palatale del g corrisponde a quello del j francese.
3. — s z; — suono aspro: S Z.
4. — s z Z: — suono dolce.
5. — Nesso se; — sce sci; scia scio sciu; ... se p. es. : fesc = fa.
6. — P esse impura ha sempre il suono del nesso se.
7. — Marcata pronunzia delle consonanti affini : d t; b p.
8. — L’ esse impura seguita dal c palatale sì separa con una
lineetta: s-ce, s-cio.
9. — Non si scrivono raddoppiamenti.
L' apostrofo. — Si fa uso dell’ apostrofo per afèresi, p. es. :
’na strada; e per apocope, p. es. : r* anima, I’ òrto.
MORFOLOGIA
Flessione o cambiamenti cui vanno
discorso.
soggette le parti del
A ARTICOLI
a) A rticoli determinativi :
genere maschile
numero singolare: el P
» plurale ; i i
genere femminile
ra r’
ra r 1 rés, res
b) Articoli indeterminativi -.
genere maschile
un *n
genere fewimìnile
una ’na n 1
Applicazione degli articoli determinativi*
L' articolo el davanti ai nomi che incominciano per consonante
e per s impura.
Esempi :
el ciampo i ciarnpe campo
el stivai i stivai stivale
el souto i soute salto
el spècie i spèce specchio
el s-cìopo i s-eiope schioppo
el diédo i diede dito
L’articolo io si apostrofa: — 1\
Esempi :
r arsuóì i arsuóes aratro
F ougiordii i ougióról sparviere
V érpesc i érpesc erpice
V orso i orse orso
L T articola ra invariabile nel plurale.
^Esempi :
testa
ragazza
finestra
falce
ra testa
ra tosa
ra fonèstra
ra fouze
ra testes
ra toses
ra fonèstres
ra fouze s
L 1 artìcolo ra si apostrofa; nel plurale o resta invariato o assu¬
me la forma: res res.
Esempi :
i' 1 anima
r 1 erba
r’ anguàna
r 1 onda
r* animes (res)
r' erbes
r* anguànes
r* ondes
anima
erba
anguàna: essere mit.
onda
Per indicare le ore si usa sempre la forma: res res: — res
dóes r res tre, res dódesc, res oto, res undesc.
Applicazione degli articoli indeterminativi.
L'articolo un hi davanti a tutti i nomi di genere maschile.
Esempi :
un batèl maniglia
uii ciasón casone
un spedo specchiiti
un ouzèl uccello
’n òcio occhio
il olitro altro
■in orso orso
un angelo angelo
un arco arco
un strentór morsetto
L'articolo una hia tifi’ n\ Sì usa la forma intera, quando si
vuol dare importanza ad una cosa. La forma n' dovrebbe avere
due apostrofi, ma il primo si omette.
Esempi :
una ciasa casa
una strada strada
un 1 ora ora
un' improvisada improvvisata
un’ invidia invidia
’na carta
'na fre 1
’na man
n' outra
n 1 erba
carta
un pochino (briciola)
mano
altra
erba
B. PREPOSIZIONI ARTICOLATE
Preposizioni :
Articoli.
singolare
plurale
el
V
ra
r 1
i ra r 1
res re§
de
del
del’
de ra=dera
de r'—der'
dei, d ? i = di x )
»
»
a
al
ar
a ra= ara
a r’^ar 1
ai
»
»
da
dal
dal’
da ra=dara
da r 5 ^ dar 1
dai
come
»
»
inze
inz 5 el
Inzer
inze ra
inze r 1
inz 1 i nei
»
in
singolare
con
col
col 1 =col’
co ra=cora
co r 1 —cor 1
coi
»
a
par
par el par V
para=para par*=par’
par ì
»
»
su
sul
sul’
sura=sura
su r 5 =sm' 5
sui
»
»
Osservazioni con relativi esempi.
1. Se si vuol indicare di trovarsi o di andare in un luogo, si
usa la preposizione inze, senza farle seguire 1' articolo.
Esempi :
El si n’ a sta inze stua duto ’l dì.
Se sta pi sane a lourà de fora ca
inze botega.
Vatin inze lieto, se no ie stas
ben.
Para r’ armentes inze stala.
Egli se ne stette nella stufa tutto
il giorno.
Si sta più sani a lavorar di fuori
che in bottega.
Vattene a letto se non ìstai bene.
Mena le vacche nella stalla. *
2. Se invece si vuol esprimere l’idea d’immersione o di trovarsi
nel mezzo d’un ambiente, la preposizione inze è seguita anche
dall’ articolo.
Esempi :
Chel pór pizo el si n’ é toma
inze r’ aga.
Chel là el vive inze r’ abon=
danza.
Zerte i vo sofeà i so despiazere
inz’ el vin.
Quel povero ragazzo è caduto
nell' acqua.
Quello lì vive nell' abbondanza.
Certi vogliono soffocare i loro
dispiaceri nel inno.
l ) Da preferirsi la grafia: d’i.
16
3. La preposizione in non sì unisce agli articoli e si usa solo
per indicare luogo, stato o semplice movimento.
Esempi :
E1 ladra in Ampezo.
Ra s’ a stabilì in America.
Stà in pès!
Tirete in là!
4. Ben di frequente la
l'articolo.
Esempi :
Egli lavora in Ampezzo
Ella $' è stabilita in America.
Sla' in piedi!
Fatti in là!
preposizione si scrive distaccata dal-
Son zùde a féi legnes inz’ el
bosco.
Chi bràe òme i a fato cluto chel
eh’ i podéa par el ben del paes.
Chi doi tóse i é tanto diferentes
un da 1’ outro.
i se bète su un co l’outro.
Siamo andati a far legna nel
bosco.
Quei bravi uomini han fallo
quanto potevano per il bene
del paese.
Quei due giovani son molto di¬
versi uno dall' altro.
Si scaldan la testa V un V altro.
5. Nelle preposizioni articolate formate coll’articolo femmi¬
nile ra r’, la preposizione può essere congiunta o staccata dall’ arti¬
colo. E’ da preferirsi la forma staccata tanto nel singolare che nel
plurale. Nel singolare femminile le preposizioni con, par perdono
le consonanti n, r: — co pa. Nel plurale masch. scrivonsi le forme
intere: — ai dei dai coi sui.
Esempi :
Ra no m’ a dito nuia de ra di¬
sgrazia eh’i e suzedù,
Lascia ch’el vade par i so afare.
Co ra me zen te me ciato tropo
mèo.
Zerte i se diverte a se rampinà
su pa ra crodes.
I on consegnò ra fédes ai pa¬
store.
El "1 a ara i ciampe coi so bòs.
Non mi disse nulla della disgra¬
zia che le è successa.
Lascialo andare pe' suoi affari.
Colla mia gente mi trovo molto
meglio.
Certi si divertono ad arrampi¬
carsi su per le roccie.
Abbiamo consegnato le pecore
ai pastori.
Egli arò i campi coi suoi buoi.
6. Per indicare l’ora in cui succede un’azione usasi la prepo¬
sizione articolata: da res; da res.
17
Esempio :
Chel brao òn el lèa da res zin- Quel brav' uomo si alza alle cin-
che e el va a dormì da res oto. qua e si corica alle otto.
Osservazione. — Gli scolari ampezzani, traducendo letteral¬
mente dal dialetto, incorrono spesso nell’errore di usare la prepo¬
sizione articolata; dalle, invece che: alle, perciò scrivono:... si
alza dalle cinque e si corica dalle otto
7. Quando il nome plurale femminile comincia per vocale,
oltreché usare la preposizione articolata coll' articolo ra o r\ ado¬
perasi di frequente la forma: res (suono dolce).
Esempi :
Preón pa res animes del purga¬
torio.
Tu t’ as pagà ’1 to debito co res
òres che t’ as fato.
Chera femena ra s* a impianta
davante a el co ra mas su
res ànces, e...
Da res àes s’ a ’l miei.
Osservazioni :
Quest’ ultima proposizione si scrive più spesso così : — Da
r’ esàes s’ a ’l miei, dove il nome : àes ha preso, coll' uso, la forma :
esàes coll’ articolo ra apostrofato : — r* esàes nel plurale, da cui :
— r’ esàa nel singolare.
La stessa spiegazione vale pel nome: — esàra (ala dell’uccello) :
ara res àres r’ esàres, da cui il singolare : — r’j esara
ale le ali le ali l' ala
8. Alle volte, invece di usare la preposizione su coll’ articolo,
vi si aggiunge un’ n ■■= sun.
Esempi :
Bète chel libro sun toura. Metti quel libro sulla tavola.
Chel colombo ’1 e ougiorà sun Quel colombo volò sul tetto.
cuerto.
Si può dire però anche: su ra toura; sul cuerto. — Cogli altri
nomi usansi sempre le preposizioni articolate: sul, su 1’, su ra;
p. es. : sul brasción, sul ciapèl, su 1’ arsuói, su ra ciasa, su r’ erba,
sul stradon ...
Preghiamo per le anime del pur¬
gatorio.
Tu hai pagalo U tuo debito colle
giornale di lavoro che hai fatto.
Quella donna si piantò davanti
a lui con le mani sulle anche,
e...
Dalle api s' ha il miele.
18
Altri esempi sull’uso delle preposizioni articolate.
Dai Sante i va dute inze por tea
a preà par ì morte.
I frate de ra campagna i costa
tanta fadìes al por contadin.
Me fardèl ’1 é apena rim da ra
Stùa coi cavai.
Chel bòn òn ’ì a sempre lourà
par un e par V olitro senza i
domanda mai un soldo a ne-
gun.
ET va dut 1 i dis da n’ osterìa a
r 1 outra, e cosci el trascura i
so afare.
Il giorno di Tutti ì Santi van
tutti al cimitero a pregare per
i morti *
/ frutti della campagna costano
molte fatiche al povero conta¬
dino . '
Mio fratello è appena arrivato
coi cavalli dalla Stila,
Quel buon uomo ha sempre la¬
voralo per V uno e per V altro
senza mai domandare un cen¬
tesimo a nessuno .
Egli va filiti i giorni da un 1 osle¬
na alV altra e così trascura i
suoi affari.
C. NOMI (sostantivi).
1. I nomi di genere maschile terminano per vocale; molti
però sono troncati e terminano con una consonante.
Esempi :
el libro, el pizo (fanciullo), el maestro, el prèe, el fouro (fab¬
bro) t el sartuó; — el paes, el stradon, el marangón (falegname),
el cioudrin, el toulin, el fornel, 1 \qb, el gnòn (notine),
2. Quasi tutti i nomi di genere femminile terminano per vocale.
Esempi :
ra ciasa, ra vita, ra siéde (sete), ra fame, ra tosa, ra zilia {ron¬
dine), ra carta, ra pena, ra fòia (foglia), r'aga {acqua), r’ombrìa,
ra strada, ra vai, ra lun {lume), ra pél ...
3. lì genere corrisponde quasi sempre a quello della lingua.
Pochi han genere diverso.
Esempi :
el paré la parete ra lun il lume ra bugèla V ago
el gnée la neve ra giaza il ghiaccio ra fóngia il fungo
el zéndre la cenere el pi ron la forchetta ra sólze il solco del-
V aratro
4. Cambiamento di numero nel genere maschile.
singolare
o — e:
el clampo
el cu erto
el giato
el forno
al — ai:
el luminal
el farai
el gial
el cavai
ati — e:
el paesan
el pioan
el pantan
el cortegian
a, e (atone) — es:
el prèe
el barba
el poeta
el frate
éi — èsc:
el tantéi
el fan iéi
el purinéi
el codéi
eccezione :
T arméi
èl — iéi:
el penèl
el fardel
el crivel
T ouzel
in — £s :
el toulin
e! violi n
el pin
el farsorin
T òrghin
ól (vocale atona) — ói: el pèndo!
el ròdol
el mésco!
plurale
i ciampe
campo
i cuerte
tetto
i giate
gatto
i touré
fabbro
ì luminai
abbaino
i falcai
lanterna, fanale
i giai
gallo
ì cavai
cavallo
i paesane
paesano
i pioane
parroco
i pantane
pantano
ì cortegiane
uomo accorto
i prèes
prete
i barbes
zìo
i poetes
poeta
i frates
frate
i tantèsc
campano
i famèsc
famiglio
i purinèsc
pollaio
ì codèsc
bossolo per la cote
i armère
armadio
ì peniéi
pennello
i fardiéi
fratello
\ crivìei
crivello
i ouJfi
uccello
i toulis
tavolino
i violis
violino
i pis
pino
i farsoris
padella piccola
i òrghinr lavar, per Vi atona
1 pèndoi
pendolo
ì ròdoi
gregge
i mésco!
mestone> matterello
20
— monosillabi terminanti colle consonanti:
singolare
1, n, r — és: el fòl
plurale
ì fòles
mantice
el bai
i bàies
ballo
el pìól
i pioles
ballatoio
el mal
i maies
male
el fón
i fones
fondo
el bar
i bares
grappolo
el mar
i mares
mare
eì fèr
i feres
ferro
r an
i anes e ane *)
anno
el pan
i panes
pane
el pian
i pianes
piano
el ségo
i segnes
segno
el palegrèn
i paìegrès
grembiule
— palegrèn* composta di pale
(pallio) e grèn (grembo).
eccezióni : el fiól
i jfi ói
figlio
el gial
i giai
gallo
el clan
ì céi
carie
n — raes: el gèn .
el fun j -)
el grun^
i gèmes
gomitolo
i fumes
fumo
i grumes
mucchio
ón -— óx: el parón
ì parói
padrone
el temon
i temoi
timone
el brascion
i brascioi
albero
ión — iói: el bestlón
i bestioi
bestione
el stanipion
i stampioi
stupido
el campi on
ì campi oi
campione
— polisillabi coll’ ultima sillaba troncata :
er — e: el calamàr i calamare
calamaio
ar — e: el mortèr
i mortère
mortaio
iér — e: e! mestier
i mestiere
mestiere
or — e: el pitor
i pitor e
pittore
il — e: el baril
i barile
barile
én — e: el velen
i veleno
veleno
1 ) f^a forma anc si usa sempre nella domanda : — Quante atte asto?
e nelle relative risposte : — ló éi chinesc arie...
2 ) Nel singolare l 'vi si cambia in ri: geni - gen: fum - fun; «rum -
grun.
21
— monosillabi e polisillabi coll* accento tonico sull’ ultima sillaba,
terminanti coll’ s aspra e coll’ se, fanno il plurale coll’ se:
...s ...se —
el fos
i fose
fosso
r os
i ose
osso
ei sas
! sasc
sasso
él tos
i tose
giovane
el vas
1 vaso
vaso
el curios
ì curiose
curioso
el malizios
i maliziose
malizioso
el vargognós
i vargognosc
vergognoso
el furios
i furiose
furioso
el muse
i muse
asino
el zuse
i zusc
stolto
eccezioni :
el mus
i muse
muso, faccia
el buse
ì buge
buco
— monosillabi e polisillabi accentati sull’ ultima sillaba terminante
per vocale fanno il plurale coll’ aggiunta di un’ s.
el bò
i bòs
bue
el dì
i dìs
dì
el ru
i rus
ruscello
el eu
i cus
culo
el tè
ì tès
tè
el faù
i faùs
steli secchi della fava
el parù
i parùs
palude
el toulà
i toulàs
fienile
el fuginà
i ftiginàs
fucina
el comò
i comòs
cassettone
el leà
i leàs
lievito
el pelié
i pelìés
coperta di pellìccia
el pavié
i paviés
farfalla
el panarguò
i panarguòs spumatolo
el brazolà
ì brazolàs
ciambella
el cafè
i cafès
caffè
el trepié
ì trepiés
treppiede
el palotò
i palotòs
tabarro
el porteà
i porteàs
cimitero
el pare
i parés
parete
el bocè
i bocès
erpete febbr. sulle labbra
el foucià
i fouciàs
bastone cui è applicata
la falce
el dedà
i dedàs
ditale
el fé
i foghe
fuoco
el luò
ì luóghe
luogo
el sa
ì sale
sale
]
sentiero
aratro, fendineve
trave long.le del tetto
ói —- óes: el tròi i tróes
l 1 arsuói i arsuóes
el ììnguói i lingudes
— nomi che hanno P ultima sillaba atona e che terminano coir se
sono invariabili :
el làpisc ì làpìsc lapis
el lare se i làresc larice
5. Cambiamento di numero nel genere femminile.
La desinenza caratteristica dei nomi plurali femminili è
Ps aspra.
a (atona) — es
ra gégia
ra
géges
chiesa
ra ciampana
ra
ciampanes
campana
ra eroda
ra
cròdes
montagna
ra ciasa
ra
ciases
casa
ra fonèstra
ra
fonèstres
finestra
ra fémena
ra
fémenes
donna
ra fùme
ra
fùmes
fune grossa
ra zità.
ra
zìtàs
città
ra feiizità
ra
felizitàs
felicità
ra cianà
ra
cianàs
greppia
ra carità
ra
caritàs
carità
e (atona) — es:
... (unico)
à (accentata) — es
ioti — Pusi cangia in s: ra pasion ra pasìos J ) passione
ra funzion ra funzios funzione
ra combinazion ra combinasi os combinazione
~ nomi monosillabi che hanno le consonanti finali n I* acquistano
nel plurale es.
ra vai
ra vales
valle
ra pél
ra pèles
pelle
ra km
ra lùmes
lume
ra fin
ra fìnes
fine
ra inan
ra mas
mani
Osservazione. — Il nome lun nel plurale cambia V n in m,
perchè probabilmente una volta si diceva lum, coir m, anche nel
singolare.
§3
6. Nomi dei giorni, dei mesi e delle stagioni :
a) I dìs de ra se ternana : — lùnes, màrtes, mèrcui, zóiba, véndres,
sàbeda, domégna.
b) I mése de l’an : — genàro, febràro, marzo, aprile, marzo,
zugno, lùio, agosto, setembre, otobre, novembre, dezèmbre.
c) primavera o ousciùda, istàde, autón, inverno.
D. ALTERAZIONE DEI NOMI
1. Gli alterati aumentativi hanno le desinenze : ón, óna.
I nomi femminili possono assumere tutt e due le terminazioni.
Colla desinenza ón il nome femminile cambia genere.
Esempi :
r òn
T omenón
uomo
el zóvin
el zovenon
giovine
el palazo
el palazon
palazzo
el cian
el cianon
cane
ra porta
el portoli
ra portona
porta
ra camera
el cameron
ra eamerona
camera
ra testa
el teston
ra lesiona
testa
ra panza
el panzon
ra panzona
pancia
ra scorsela
el scarselon
ra scarselona
scarsella
Osservazione. — Gli aggettivi qualificativi assumono le stesse
terminazioni.
Esempi :
maschile : femminile :
ignorante ignoranton ignorantona
superbo superbon superbona
2. Gli alterati peggiorativi prendono le desinenze: ato, ata;
azo, aza.
Esempi :
cavai
cavalato
cavallo
parte
partaza
parte
strada
stradata
strada
bestia
foestiaza
bestia
femena
feinenata
femmina
libro
librato
libro
bètola
betolata
bettola
lièto
Listato
letto
porco
porcazo
porco
toulin
toulinato
tavolino
24
Qualche nome accentato sull 5 ultima sillaba assume le termi
nazioni : rato, dato.
EsEMPr :
toulà toularato fienile
palotò palotorato tabarro
cafè cafedato caffè
zità zitadata città
vesti vestidato vestito
porteà portearato cimitero
3. Per i diminutivi e vezzeggiativi si usano le terminazioni :
in, ina; eto, età; uco t uca; el, eia.
Esempi :
cavai
cavallo
cavallo
cavala
cavalina
cavalla
ciar
ciar eto, c areto
carro
strada
stradata
strada
agnel
agneleto, agneluco
agnello
ouzèl
ouzeletOj ouzeluco
uccello
bócia
bociuca, bocéta
bocca
fonestra
fonestrela
finestra
ciampo
ciampedèl ciampeto
campo
porta
portela, porteluca
porta
4. Anche i nomi propri subiscono delle alterazioni* special¬
mente vezzeggiative.
Esempi :
Enrico — Rico Richéto
Giovanni —■ Gioàni Zane Zuàne
Nane Nanèto
Giuseppe — Bèpe Bepìn Bepùto
Rèpele
Francesco — Chéco Cùto Cùtele
Luigi — Igi Igiùco Luìgiùco
Luìgión
Bortolo — Bórtel Bortolìn
Battista — Tita Titòto Tìtele
Tista
Andrea — Dèa Deùco
Antonio — Tòne Tonin Tonéto
Isidoro — Doro Dorùto Dùto
E da notarsi che non sì usano soltanto i nomi storpiati, ma
di frequente anche i genuini nomi di battesimo.
Teresa — Tè?a Tesjuca Tèsele
Anna — . Aneta Anùca Nanele
Anùta Nina Nuti
Maria — Mariéta Marìele
Dorotèa — Doratìa Dòri Dora
Tiùca Tiùchele Tìa
Tèa Tùrele
TÌOid — Ruó?a Osa Oseluca
Osuca Rósele
Veneranda — Randa Ràndele
Giuditta — Ita Itele
Marianna — Marianùca Maria-
nèìa
Agostino — Tino Tìnele
fi1. AGGETTIVI
a) Aggettivi qualificativi.
1. Molti aggettivi nel maschile singolare terminano colla vocale
o, e nel plurale subiscono il medesimo cambiamento dei nomi che
hanno l’istessa terminazione.
Esempi :
singolare
Un brào ón.
Un toni in tondo.
Un stradon strénto (stretto).
plurale
Tante brae óme.
Dói touììs tonde.
Stradói strénte.
2. Nel genere maschile le terminazioni degli aggettivi sono
varie e nel plurale mutano spesso come i nomi.
Esempi :
singolare
Ce un bel fior!
T’ as da i dà bon esempio.
Un vas pién.
Un laoro fin.
Un pomo dolze.
plurale
Ce biéi fiore!
T’ as da i dà boi esempie.
Alquante vasc pies.
Laore fine.
Un zestel de pome dolzes.
3. Se gli aggettivi monosillabi maschili terminano con una
vocale seguita da un’ s, nel plurale quest’ s aspra acquista il suono
del nesso se, perciò si scrive : se.
Esempi :
singolare
Un garòfo rós.
Un porzèl gras.
Un sciarin bas.
Un palo grès.
plurale
Un vas de garòfe rose.
Poméi grasc.
Sciarìs base.
Pale grosc.
4. Succede altrettanto cogli aggettivi di genere maschile che
hanno la vocale accentata seguita da un s.
Esempi :
singolare
plurale
Un tosato curiós.
Tosate curióse, (piovane)
Un braso pelós.
Braze pelóse,
B. Apollonio - Grammatica dialetto Àmpezxano.
5. Gli aggettivi maschili che finiscono coll’ a accentata, nel
plurale acquistano la sillaba de.
Esempi :
singolare plurale
Un pizo sfazà. ( fanciullo ) Pize sfazade.
Un libro strazà
Libre strazade.
6. Gli aggettivi maschili e femminili che nel singolare termi¬
nano in e, acquistano un' s nel plurale.
Esempi :
singolare
Un lavoratór prudente. Lavoratore prudentes.
Una serva varente.
Serva varentes.
7. Gli aggettivi, e come attributi e come predicati, nel genere
maschile conservano forma eguale.
Esempi di aggettivi attributivi :
T’ as da i zi in avente col bon Devi precedergli col buon esem-
esempio. pio.
Aé da ’l pàsce con zibe sane e Dovete nutrirlo con cibi sani e
sostanziose. sostanziosi.
Lore i a biéi pize, bianche e rose, Essi hanno bei ragazzi , bianchì
sane e fortes. e rossi, sani e forti.
St’ an ón i toulàs piés. Quest' anno abbiamo i fienili
pieni.
Esempi di aggettivi predicativi.
V esempio che V as da i dà '1 a V esempio che gli dai dev' esser
da ese bon. buono.
I zibe eh’ ì dagé i é sane e so= / cibi che gli date sono sani e
stanziosc. sostanziosi.
1 so pize i é biéi, bianche e rose, / loro bambini son belli, bianchi
sane e fortes. e rossi, sani e forti.
St’an i nosc toulàs i é piés. Quest.' anno i nostri fienili sono
pieni.
8. Talvolta all’ aggettivo predicativo si premette l’articolo
indeterminativo.
K1 me Vittorio T èa tanto un bon II mio Vittorio era tanto buono
e un brao! e bravo!
Me mare r’ é tanto ’na bona ! Mia madre è tanto buona!
Obera pìzora r’ é tanto ’na va= Quella bambina è tanto brava
rente ! {valente).
Osservazione. — I bambini a scuola, traducendo dal dialetto,
s’ esprimono così : Mia madre è una buona e una brava. Mia madre
è buona e brava. E per la frase : Comi è buona mia madre!, dicono :
Che una buona che è mia madre! — frase esclamativa corrispon¬
dente a quella del dialetto ampezzano : — Ce una bona che r’ é
mare méa!
9. Nel genere femminile gli aggettivi terminano sempre in a,
e nel plurale in es.
Però nel plurale femminile, se 1’ aggettivo attributivo precede
il nome, questo soltanto conserva la caratteristica terminazione es;
se invece 1’ aggettivo segue il nome, questo perde la desinenza es,
la quale passa all’ aggettivo.
Esempi : ra bela tóses
ra tosa beìes
ra bona paròles
ra parola bones
le belle ragazze
le ragazze belle
le buone parole
le parole buone
All’ incontro se 1’ aggettivo femminile è usato come predicato,
esso assume sempre la stessa desinenza del nome.
Esempi ;
Chera tosa r’ é bela. Quella ragazza è bella.
Oliera tóses ’s é bèles. Quelle ragazze sono belle.
Ra parola che te m’as dito r' é
bona.
Ra paròles che te m’ as dito ’s é
bònes.
La parola che tri' hai detto è
buona.
Le parole che m ,’ hai detto son
buone.
10. L’ aggettivo gran usato come attributo, se precede il nome,
è invariabile nel genere e nel numero.
Esempi :
Sto gran lusso ’l é ra rovina de
ra famigìies.
Ghel brào fiól '1 a sempre abù
’na gran premura par j so ge¬
nitore.
Questo gran lusso è la rovina
delle famiglie.
Quel bravo figlio ha sempre avu¬
to gran premura pe' suoi ge¬
nitori.
28
Ra non a mia aù sta gran conso*
lazios chera por mare!
Con chel laóro là non on mia fato
sti gran guadagne!
Se 1' aggettivo gran è usato
forme:
gran — gréi (grande)
granda — grandes
E così gli aggettivi: bel,
beles, bònes.
Esempi :
E1 dan ’l é sta gran.
Ra disgrazia r’ é stada granda.
Ce gréi (grande) eh’ i é vegnude
sti brasciói!
Sta fónges ’s é beles e grandes,
ma velenose?.
Ste póme i é biéi e bòi.
Quella povera madre non ha mi¬
ca amilo gran consolazioni!
Con quel lavoro là non abbiam
mica fallo grandi guadagni!
come predicato, assume le seguenti
grande — grandi
» — »
bon — biei, boi; bela, bona;
Il danno è slato grande.
La disgrazia è siala grande
Come son diventati grandi questi
alberi!
Questi funghi son belli e grandi ,
ma velenosi.
Questi pomi sono belli e buoni.
b) Comparazione
1. Grado positivo.
Chel artegian ’l é onesto e labo*
riós.
Sto paés ’l é bel e neto.
degli aggettivi.
Quell' artigiano è onesto e labo¬
rioso.
Questo paese è bello e netto.
2. Grado comparativo.
Esempi col grado comparativo di eguaglianza.
tanto . . .
« , . come
cosci . . .
. . . come
tanto . . .
Ste artegiane i é tanto bràe come
i vostre.
St’ arméntes ’s é grases come
ra tòes.
Sti brasciói i é tanto biéi eh’ i
vostre.
Questi artigiani sono tanto bravi
come i vostri.
Queste vacche son grasse come
le lue.
Questi alberi son così belli come
ì vostri.
Chera piaza r' é tanto longa che
larga.
Lore i ó cosci educade come el.
Quella piazza è tanto lunga che
larga.
Essi son così educali come lui.
Esempi col grado comparativo di disparità.
.... pi .de ... .
. . . . manco .' de ... .
.... pi- ...... ca . . . .
.... manco .. ca . . . .
Chi tóse là i é pi istvuìde de
vosoutre.
To barba ’ì é manco delicato
de te.
Chel individuo ’l é pi furbo ca
santo.
Chel alpinista ’l é manco pru¬
dente ca coragiós.
Quei ragazzi sono più istruiti di
voialtri.
Tuo zio è meno delicato di le.
Quell ’ individuo è più furbo che
santo.
Quell' alpinista è meno prudente
che coraggioso.
Tra gli avverbi di forma latina si usano soltanto:
mèo migliore
pèzo peggiore
Esempi :
D‘ inverno el clima de sto paés
’1 é mèo de chel de ra Pusteria.
Ei proprio da te di’ che ra com-
pagnìes che te t’ as scelto adès
es é pèzo de ehesòutres.
ÌY inverno il clima di questo pae¬
se. è migliore di quello della
Pusteria.
Devo proprio dirti che le compa¬
gnie che hai scelto adesso son
peggiori delle altre.
3. Grado superlativo.
Il superlativo assoluto si forma colla terminazione,
isimo issimo
e in altre maniere.
Esempi :
Chera fémena r’ é lelizisima col
so òn.
Chel paés ’l a ra fortuna d’ aé
un gran brào medico.
Chel ciampo che vara e compra
’1 é gran gran.
Quella donna è felicissim.a col
suo sposo.
Quel paese ha la fortuna di avere
un bravo medico.
Quel campo che vorrei compera¬
re h grandissimo.
30
Londra I’ é ’na zita straordena* Londra è una città straordinaria-
riamente popolada. mente popolata.
Sta roba r’ é stra de là de ciara. Questa roba è carissima.
Il superlativo relativo si forma col premettere l’articolo al
comparativo di disparità.
Esempi :
Par tante riguarde Roma 1’ é ra
pi interessante zita del mondo.
Te fèsc ben a sta con el : ’l é an¬
cora ei mèo de dute.
El pèzo nemigo de ra besties ’l é
l’òri.
Chesta 1’ é ra pezo disgrazia che
me podéa tocià.
Sotto molti aspetti Roma è la più
interessante città del mondo.
Fai bene a star con luì: egli è
ancora il migliore di tutti.
Il peggior nemico delle bestie è
l'uomo.
Questa è la peggior disgrazia che
mi poteva toccare.
c) Aggettivi indicativi,
I. Aggettivi dimostrativi:
sing.
— chesto, sto;
chesta, sta
questo
questa
pi.
— chiste, ste;
chesta, sta (invar.)
questi
queste
s.
— chel,
chera
quello
quella
P-
— chi,
chera ( » )
quegli
quelle
i. Osservazione.
Si usano molto di frequente le forme abbreviate : sto, sti, sta,
ina senz apostrofo per afèresi; la forma intera, se si vuol precisar
meglio l’oggetto. Molte volte, per rinforzare, si aggiungono gli
avverbi : ca là = qua là.
Esempi :
Sto pezo ca t’ as da 1’ féi de pe-
tàcio. Asto capi?
Chera baronada r* afa fato per¬
de ra stima.
No voi che fegéde sto bordel.
Ste pize i é come 1’ arzente vìvo.
Sta ciacoles te ’s as betùdes fora
propio tu.
Questo pezzo devi farlo con pre¬
cisione. Hai capilo?
Quella baronata ti fece perdere la
stima.
Non voglio che facciale questo
fracasso.
Questi bambini sono come t ar¬
gento vivo.
Queste dicerie le hai propalate
proprio tu.
31
Va inze da cher’ outra banda. Va’ dentro da quell' altra parte.
Parcé rùesto da chesta ora ? (da Perchè arrivi a quest' ora ?
sta ora; da st’ ora) ?
2. Osservazione :
Se gli aggettivi indicativi dimostrativi abbreviati: sto, sta,
ste, sta in un complemento indiretto sono accompagnati dalla
preposizione con, questa perde per eufonia la lettera n.
Esempi :
Co ste atreze mal tegnude no
te pos ìourà ben.
Co sto contegno ca no te te fèsc
voré ben da negun.
Vo ese dói cavai co sta eiaria de
légnes.
Ce modo se pódelo vive co sta
misera entrades?
Con questi attrezzi mal tenuti
non puoi lavorar bene.
Con questo contegno non ti fai
amare da nessuno.
Occorrono due cavalli con questo
carico dì legna.
Come si può vivere con queste
misere entrate?
Se però l| aggettivo dimostrativo è preceduto dall’ aggettivo
universale dato, la preposizione co riacquista 1’ n: — con.
Con duta sta ciòcoìes no se con- Con tutte queste chiacchiere non
elude propio nuia. si conclude proprio nulla.
3. Osservazione.
Gli aggettivi indicativi : chesta, citerà — subiscono nel plurale
r istessa regola degli aggettivi qualificativi (N.° 9, pag. 97), e nei
plurale restano perciò invariati.
Esempi :
Chera bona paroles es m’ a pro¬
pio consolò,
Sta bestémes no ’s voi sentì in
ciasa méa.
II. Aggettivi
Quelle buone parole mi han pro¬
prio consolato.
Queste bestemmie non voglio sen¬
tirle in casa mia.
indicativi possessivi :
mè
mio
tò
tuo
sò
suo
uòse
nostro
vose
vostro
so
loro
mè
miei
tò
tuoi
sò
suoi
nostre
nostri
vostre
vostri
sò
loro
i. Osservazione.
Gli aggettivi possessivi ; mè.
e per ambo i numeri.
Esempi :
E1 mè orto ‘1 é sta rovina da ra
tempesta.
pi. : I mè orte ...
Ra tò superbia ì’ é ra tò rovina.
Inze eh’el afar el ’l a avù ra
sò fortuna.
Chera famiglia ra abita inze ra
sò propia viia.
tò, sò servono per ambo i generi
Il mio orlo è stalo rovinato dalla
tempesta.
p. : / miei orti...
ha tua superbia è la tua rovina.
In quell' affare egli ha avuto la
sua fortuna.
Quella famiglia abita nella sua
propria villa.
2. Osservazione.
L’ aggettivo possessivo sò indica uno e anche più possessori
di uno e anche più oggetti.
Esempi :
Col sò laoro e co ra sò fadìes el
s’ a fato ’na bela sostanza.
pi. : Chera dóa braa fémenes col
sò laoro e cora sò fadìes...
Col suo lavoro e colle sue fatiche
egli si fece una bella sostanza.
pi.: Quelle dxie brave donne col
loro lavoro e colle loro fati,
che ...
3. Osservazione.
Coll' aggettivo possessivo sò si usa spesso aggiungere al nome
un’altra determinazione, la quale nella lingua rende superfluo
ì’ aggettivo indicativo.
Esempio :
Sò pare de Igi ’l é marò. Il padre di Luigi è ammalalo.
In iscuola, i ragazzi ampezzani, parlando in buona lingua,
incorrono in errore dicendo : Suo padre di Luigi è malato.
4. Osservazione.
Aggettivi possessivi per la I e II persona plurale :
Maschile.
singoi. : nòsc nostro; vose vostro
plurale: nostre, nòsc nostri; vostre, vose vostri
33
Femminile.
singoi, : nostra nostra; vostra vostra
plurale : nostra nostre; vostra vostre
Esempi :
E1 nòsc pizo ’1 é un varente.
I nostre melitare i é piés de
slanzo.
Nosoutre ón za arò i nòsc ciampe.
Proeurà de educò pi ben che 1’ é
possibile i vose fiói (vostrefidi).
Vosòutre ampezane can che tornò
a ciasa e che vedé el vose ciani*
panin, tira un gran sospiro da
ra conienteza.
Ha vostra arméntes.es fruta de
pi de ra so vìgnes.
Ra vostra pìzores es é tanto ca-
rines e tanto varentes.
Ra nostra vai d’Ampezo r’ é pro¬
pio bela.
5. Osservazione.
Coi nomi singolari di parentela gli aggettivi possessivi vanno
senza articolo come nella lingua. Anche nel dialetto però, se il nome
è accompagnato da un aggettivo qualificativo, 1’ aggettivo possessivo
è preceduto dall’ articolo.
Esempi :
Mè pare, mè fardèl e mè sorda
i é zude a sturtà su ’1 fén.
Mè barba el i vó un ben de r’ ani¬
ma a tò nono.
So ràmeda r’ a quagi otanta ane,
ma r’ é ancora sana e svèlta.
Ra me bona sorela ra serie de
spes ai genitore.
El me caro zarmàn el me fesc vo-
rentiera calche piazér.
Mio padre , mio fratello e mia
sorella sono andati a racco-
g Iter e il fieno.
Mio zio ama' moltissimo tuo
nonno.
Sua sia ha quasi ottani' anni, ma
è ancor sana e svelta.
La mìa buona sorella scrive di
spesso ai genitori.
Il mìo caro cugino mi fa volen¬
tieri qualche favore.
Il nostro bambino è bravo.
I nostri militari son pieni di slan¬
cio.
Noi ab hi am già arato i nostri
campi.
Procurate di educare meglio che
è possìbile ì vostri figlioli.
Voialtri ampezzani quando ritor¬
nale a casa e che vedete il vo¬
stro campanile , fate un gran
sospiro di contentezza.
Le vostre vacche fruttano di più
delle loro vigne.
Le vostre fanciulle son mollo ca¬
rine e brave.
La nostra valle d'Ampezzo è pro¬
prio bella.
te
III. Aggettivi indicativi ordinativi:
Sono eguali a quelli della lingua; dicesi soltanto : prin invece
di primo. E così nei composti: ventesimoprin, ecc.
Cinquantesimo e centesimo si scrivono colla z aspra: zinquan-
tesimo, zentesimo.
Esempi :
E1 prin dì de 1’ an dute se tése
tante augure.
Ha cinquantesima parte del mile
’l é '1 vinte.
Il 'primo giorno dell' anno tutti
si (anno molli auguri.
La cinquantesima parte del mille
è il venti.
IV. Aggettivi numerali.
Nella forma differiscono poco da quelli della lingua.
Osservazioni :
1. L’aggettivo numerale due ha la forma: dói. Nel femmi¬
nile: dóes, quando non accompagna un nome; dóa, se precede
un nome.
Esempi :
Inz’ el Veneto on doa bela regi-
nes: ra Regina del mar e ra
Regina de ra Dolomites.
Quanta fédes asto compra? — I
ne’ éi compra dóes.
El muse 1’ a doa bona rea lon-
ghes.
Nel Veneto abbiamo due belle re¬
gine: la regina del mare e la
regina delle Dolomiti.
Quante pecore hai comperalo ? —
Ne ho comperato due.
V asino ha due buone orecchie
lunghe.
Il primo e 1’ ultimo esempio confermano la regola spiegata al
n. 9, pag. 27.
2. Gli aggettivi numerali dal 5 al 6 e dal 10 al 19 hanno forme
alquanto differenti :
zinche dódesc sédesc
sié trédesc digesète
diésc quaiòrdesc disdòto
ùndesc chìnesc disnóve
3. Si scrive colla z aspra: — zinche, vintezinche, zinquanta,
zinchezenio...
4. Si scrive : vinte venti; nonanta novanta.
35
5. Mile {mille; pi. : mila) si usa tento per indicare un migliaio
che più migliate.
Esempi :
Inze chel viazo ’l a bu ’na spesa
de mile Lires.
Obera ciasa ra i a costà de pi de
zentomiie Lires.
In quel viaggio ebbe una spesa
dì mille Lire.
Quella casa gli costò più di cen¬
tomila Lire.
V. Altri aggettivi indicativi
1. — multipli :
dopio
triplo ecc.
2. — indeterminati :
alquante alquanti
calche qualche
diverse diversi
pòche pochi
3. — universali :
ogni ogni
duto tutto
che indicano quantità.
doppio
triplo
trope malli troppi
masa troppi
tante tanti
òutretante altrettanti
negùn nessuno
qualunque qualunque
Osservazioni :
a) Quasi tutti, cambiando genere e numero, assumono le desi¬
nenze degli aggettivi qualificativi.
Esempi :
A chel zovenón i a da i da’ dopia
porzion, parehé se no el padi-
ràe fame.
Aaràe bisòin de calche aiuto, ma
ei massa poca conoscènzes inze
sto paés e no sèi propio da ci
che podaràe zi.
T’aaràes bu ria impiegà mèo
duto sto tempo, e no zi ogni
dì da un' osteria a r’ outra a te
rovinà ra salute de r’ anima e
del corpo.
A quel ragazzone devono dargli
doppia porzione , perchè altri¬
menti patirebbe fame.
Avrei bisogno di qualche aiuto,
ma ho troppo poche conoscenze
in questo paése e non so pro¬
prio da chi potrei andare.
Avresti dovuto impiegar meglio
tutto questo tempo , e non an¬
dare ogni giorno da un' osteria
all' altra a rovinarti la salute
dell' anima e del corpo .
36
Inveze de zi sempre a strafiér, sta
mo ca a féi calche laóro!
Ce digéo de sto tempo? L’ é mèo
che se sentreóne a porta inze
dute ste cogolùze.
Aé ragion, pare; ancùoi l'a tira
dui* al dì da redós.
Invece di andare sempre bighel¬
lonando, sta' mogvi a far qual¬
che lavoro.
Che dite di questo tempo ? E' mà¬
glio che ci affrettiamo a portar
dentro tulli questi covoni.
Avete ragione, padre; oggi tirò
tutto il giorno vento da sud.
b) Gli agg. ind. quantitativi: tanto, tante, tanta possono essere
sostituiti dall 1 avv. ben seguito dalla prep. da: — ben da. Es. : Mare
a disnà r a fato ri gè (minestra di riso) con inze ben da pestòrte
{molte patate).
c) L’aggettivo indicativo tropo viene usato nel dialetto anche
in senso di molto.
Esempi :
Si’ ari i n' é vegnù tropo fén.
I albergatore i é zude benón sto
ista.de, parche ghi n 1 é stà tro*
pe forestiere.
Quest anno abbiamo avuto molto
fieno.
Questa estate gli albergatori sono
andati benone , perchè ci sono
stali molti forestieri.
d) Agli aggettivi multipli si possono aggiungere alcuni eol-
dut’ e dói (manca la parola ambo)
dut’ e zento ■ - tutti e cento.
Ambidve i miei fratelli vollero
andare in America, ma, pove¬
rini! non ebbero fortuna.
Quegli alberi vennero abbattuti
miti e cento dal vento.
e) Negun {nessuno} usasi spesso come pronome, ma qualche
volta come aggettivo indicativo. .
37
/) Le seguenti parole indicanti quantità invece che aggettivi
sono sostantivi :
un péì
’na degéna
'na trentina
un zentenèr
un ambo
un terno
'na cinquina
un semestre
un paio
una decina
una trentina
un centinaio
un ambo
un terno
una cinquina
un semestre
’na dozé'na
’na quindegéna
un miér
un dueto
un terzeto
’na novena
’na quarantena
un trimestre
una dozzina
una quindicina
un migliaio
un duetto
un terzetto
una novena
una quarantina
un trimestre
Esempi :
Me barba Checo ’l a compra a ra
fièra un bel pei de bòs.
Chera bona fémena r* a fato 'na
novena pa ra guarigión de so
fidi.
Chel por òn ’l a 'na dozéna de
fidi e ’l sfadìa da ’na steìa a
r’ outra par se tegnì péde.
Mio zio Francesco comperò alla
fiera un bel paio di buoi.
Quella buona donna ha fatto una
novena per la guarigione di
suo figlio.
Quel povef uomo ha una dozzina
di figlioli e s’ affatica da mane
a sera per far fronte alle spese.
F. PRONOMI
I. Pronomi personali.
di I persona : ió
io
nós
noi
di II » tu
tu
vós
voi
di III » el
egli, esso
lore
essi
era
ella, essa
éres
esse
a) Declinazione dei pronomi di I persona.
•
singolare
plurale
hi è che?... (soggetto)
ió
nós
nosoutre
Di chi?... (oggetto indiretto)
de mé
de nós
»
A chi?... » »
a mi, mé
a nos,
mé
Jì
Chi?... (oggetto diretto)
mé, mé
nós,
mé
»
Da chi?... (oggetto ind.)
da mé
da nós
»
Con chi?... » »
con mé
con nós
»
Per chi?... » »
par mé
par nós
»
38
b) Declinazione dei pronomi di 11 persona.
Chi è che?... (sogg.)
Di chi?... (compì, ind.)
A chi?... » »
Chi?... (ogg. diretto)
Da chi?... (c. ind.)
Con chi?... »
Per chi?... »
singolare
tu, té
de té
a ti, té
té, té
da té
con té
par té
plurale
vós vosóutre
de vós »
a vós, ve »
vós, ve »
da vós »
con vós »
par vós »
c) Declinazione dei pronomi di II persona maschile.
singolare plurale
Chi è che?... (s.)
Di chi?... (c. i.)
A chi?... »
Chi?... {ogg. d.)
Da chi?... {e. i.)
Con chi?... »
Per chi?... »
él, '1, r
de él
a él, ì, sé
él, 1\ sé
con él
da él
pa r él
Ióre i
de ìóre
a lóre, i, sé
lóre, i, sé
con lóre
da lóre
par lóre
d) Declinazione dei pronomi di 111 persona femminile.
Chi è che?... (s.)
Di chi?... (c. i.)
A chi?... »
Chi?... (ogg. d.)
Da chi?... (c. i.)
Con chi?... »
Per chi?... »
singolare
èra, ra, r\ 1’
de èra
a èra, i, sé
èra, ra, r\ sé
da èra
con èra
par èra
plurale
éres, es, es, ’s
de éres
a éres, i, sé
éres, és, es, ’s, ’s,
da éres [res, res, sé
con éres
par éres
Osservazioni :
i. Son pochi i dialetti che nella I e 11 persona singolare con¬
servano come soggetto le forme della lingua: ió tu. L’io però va
pronunziato coll’accento sulla vocale ó (stretta): — ió. Spesso par¬
lando in fretta, la vocale i non si sente.
Esempi :
Ancoi ió no me sento de féi sto
laóro.
Tu te vas a spaso e intanto tò
pare el struscia.
Oggi non mi sento di fare questo
lavoro.
Tv vai a spasso e intanto tuo pa¬
dre sgobba.
39
2. Certe volte, in senso interrogativo, esclamativo, vocativo,
imperativo, invece di tu si usa la forma: tiò.
Esempi :
Tiò, ce feste là?
Oh, se te saveses, tiò, quanto che
me tocia sofrìl
Tiò, én mo ca eh’ ei da te parlò.
E tu che cosa fai là?
Oh, se tu sapessi quanto ini tocca
soffrire!
Vieni mo qua che devo parlarli.
3. Come tutti i dialetti anche 1 ’ ampezzano sovrabbonda di
pronomi, di modo che in un semplice pensiero trovasi alle volte
ripetuto il soggetto o qualche complemento anche in forma pleo¬
nastica.
Esempi :
Ei el me r’ a portada ca e ’l. me
ra propio consegnada a mi.
Bèpe ’l èa tornò par te di’ a ti
chera roba, ma tu te tin sèes
ormai zu.
Era r’ èa ’na bòna femena, ma
r’ ocasios es r’ a fata deventà
chera che r’ é.
I asto parìà a lore?
No i éi gnanche vedude lore.
S’i incontro, i domandaréi se
lore i é d’ acordo su sto afar.
I aéo scrito a éres che sò mare
ra sta pòco bén?
ló ’ei da zi a ... e cosci i lo diréi
a una e a r’ outra, che zerto éi
ocasion de ’s vede apena che
rùo.
Egli me la portò qui e la conse¬
gnò proprio a me.
Giuseppe era tornato per dirti
quella cosa, ma tu eri già an¬
dato via.
EU ’ era una buona donna, ma le
occasioni la fecero diventare
quella che è.
Hai parlato a loro?
Non lì ho nemmeno veduti.
Se li incontro, domanderò se loro
son d' accordo su quest’ affare.
Avete scritto a esse che la loro
madre sta poco bene?
lo devo andare a ... e così lo dirò
all' una e all' altra , chè certo
ho occasione di vederle appena
che arrivo.
4. a) Nelle frasi impersonali col verbo essere, che esprimono
vino stato di cose, nell’ atmosfera o in un altro ambiente, o anche
in senso morale, viene usato come pleonasmo il pronome lo, sog¬
getto, coll’apostrofo: — L\ 1’; e, naturalmente, il pronome la
(soggetto), apostrofato, se l’idea espressa è di genere femminile.
Esempi :
V é proprio cioudo, ancuói. E' proprio caldo, oggi.
Zósin a ciasa, chè F é masa fiedo. Andiamocene a casa, chè è trop¬
po freddo.
et
40
Te digo ra verità che 1* èa ’n afar
serio par dute nosoutre.
Eìo mèo che viéne anche ió? —
L’ é isteso par me.
L’é algo de bel su par chera
montagnes!
L' é zerto ’na bela roba che t’ as
fato, e dute non é in grado de
féi outrot&nto.
Lèa su, presto, chè T e duto sereni
No m’éi fida a zi inze, parche
1’ èa mesa scuro.
L’ èa ’na fortuna par lore, ma i
non é stade boi de se ra- pre¬
dirà.
L’é ’na serenada come un lago.
L’ èa burto sta insieme con chi
ciàe.
L’èa difizile a se ra eavà con onor.
L’é un gran dolor par dute
quante.
b) Il pronome lo apostrofato se lo usa anche in vece del pleo¬
nasmo avverbiale ci.
Esempi :
C era una strada così mal tenuta
che non si 'poteva passare coi
cavalli.
C’ è dappertutto qualche miseria
in questo inondo.
Ieri ci fu la sagra nel nostro pae¬
se; c’ era molla gente.
E' proprio bravo quel predicato¬
re : domenica scorsa c’ era una
folla in chiesa.
C’ è un bel costume nel nostro
paese , ma qualche ragazza non
vede V ora di smettere la gon¬
nella per vestirsi da signora.
Raccontateci una storia, nonna.
— Sì, cari. — Una volta
c’ èra...
C’è troppo disordine; non può
andar così!
L* èa ’na strada tanto in disór-
din che no se podéa pasà coi
cavai.
L’ é perduto calche miseria inze
sto mondo!
Agnére T é sta ra sagra inz’ el
nòsc paes; T èa tanta zente.
’L é propio brao chel predicato!’ :
domégna pasada 1’ èa ’na fola
inze gégia.
L'é un bel costume inz’ el nòsc
paés, ma calche tosa ra no pen¬
sa T ora de bète zo el ciame-
sòto par se vestì da scióra,
Contàme ’na storia, nona. — Sci,
carÉ. — ’Na ota Tèa...
L’ é masa disórdin : ra no pó zi
r -cosci.
La. oU /wq • >
bAoVia • / VtP*\ v A A)
Ti dico il vero che era un affar
serio per lutti noialtri.
E' meglio che venga anch' io? —
E' lo stesso per me.
E' qualche cosa di bello su per
quelle montagne!
E' certo una bella cosa che hai
fatto, e tutti non sono in grado
di fare altrettanto.
Alzati, presto, eh' è tutto sereno!
Non mi sono arrischialo andar
dentro, perchè era . troppo scuro.
Era una fortuna per loro , ma
non sono stali capaci di man¬
tenersela.
E ’ un magnifico sereno.
Era brutto stare insieme con quei
capi scarichi.
Era diffìcile cavarsela con onore.
E' un gran dolore per tutti.
■il
’Na ota r èa ome pi sane e pi
fortes.
Son zu a eh era seduta, ma 1’ èa
’na confusion che no te digo!
L’ èa ’na poiàta inze cheta baita
che on bu da sin scampà fora.
L’ é fó! T é fó! — Pó! fó!
Una volta c’ erano uomini più
sani e più forti.
Intemennì. a quella seduta, ma
c’ era una confusione che non
ti dico!
C’ era tanto fumo in quella ca¬
panna che dovemmo scappar
fuori.
C’ è fuoco! c’ è fuoco! — Fuoco!
fuoco!
c) Se all’ avverbio di luogo ci segue il pronome ne, allora
si usano le forme: ghin, in. (Vedi osserv. 20 e 21; pag. 45 e 47).
5. Se il pronome ra è seguito dall’ aggettivo di grado super¬
lativo relativo coll' articolo ra, per eufonia la consonante liquida
r viene sostituita dalla liquida I; e così si ha il pronome femminile
la apostrofato: 1’.
Esempio :
Chera pór fémena P é ra (non :
r’ é ra) pi disgraziada del paés.
Invece nel grado positivo si
Chera pór fémena r’ é disgra¬
ziada.
Quella povera donna è la più di¬
sgraziata del paese.
direbbe :
Quella povera donna è disgra¬
ziata.
6. Il pronome di forma congiuntiva lo, oggetto diretto, si apo¬
strofa dinanzi alle vocali e qualche volta anche dinanzi alle con¬
sonanti.
Esempi :
Te !’ èbe dito!
I Io portaréi ió a él.
Ve 1* mandaréi aiòlo. — Vel...
Te 1’ zuro che ió non éi propio
negùna colpa. Tel...
Te l' ho pur detto!
Glielo porterò io a lui.
Ve lo manderò subito. Vel...
Te lo giuro che io non ho proprio
nessuna colpa. Tel...
7. Le forme: nosòutre, vosoutre si usano spesso per dar mag¬
gior forza al discorso.
Esempi :
Lo re i no s’ a tanto disturba par Essi non si sono tanto disturbati
nosòutre. per noialtri.
4 E. Apollonio - Grammatica dialetto Ampezzano .
42
Da vosòutre no se pó spietà nuia
de bón, se continui à menà sta.
bela vita.
Da voi non si -può aspettar nulla
di buono , se continuale a con¬
durre questa bella vita.
8. Il pronome me come complemento di termine (a chi?) e
come oggetto diretto (chi?) viene usato tanto nel singolare che
nel plurale.
Esempi :
Dagémera a nós.
Me ra podasào impresta?
I nò me pó pi véde da chera òta
in ca.
Datecela a noi.
Me la potreste imprestare ?
Ce v » »
Non mi possono (ci possono) più
vedere da quella volta in poi.
9. La torma pronominale di III persona i si usa come sog¬
getto e come oggetto diretto nel plurale' maschile.
Esempi :
I no vó féi giudizio zerte par
quanto che se cràie e che se
ciante.
T’i as mal consigliati e inze chel
afar.
Certi non vogliono far giudìzio
per quanto si gridi e si canti.
Tu li hai mal consigliati in quel-
V affare.
10. La stessa forma pronominale 1 si usa pure, come comple¬
mento di termine (a chi?), per ambo i numeri e per ambo i generi.
Esempi :
Chel ingrato de fiól el no i serie
mai ’na parola a sò pare.
I ra insegnarón ben nos a chi
cortegiane!
Eì i a dà ’na bela lezion.
Ei incontra Chèle e i éi dito chel
che te m’ aées incarica de i dì.
Va là da chera fémenes a i do-
mandà s’es vó vegnì a sari el
formento.
Quel figlio ingrato non iscrive
mai una parola a suo padre.
La insegneremo ben noi a quei
volponi.
Egli gli diede una bella lezione.
» le » ìi . » »
» diede loro » » »
Incontrai Rachele e le dissi quel¬
lo che m'avevi incaricato di
dirle.
Va da quelle donne a domandar
loro se vogliono venire à sar¬
chiare il frumento.
m
11. Tanto nelle proposizioni positive che negative il pronome
— soggetto — di III persona singolare e plurale non può essere
mai sottinteso come nella lingua. Nella li persona singolare è ne¬
cessario almeno il pronome ripetuto: — te.
Esempi :
E1 vien aiòlo.
E1 non a pasc a neó.
I non é bòi da nuia.
Eres ’s é perónes de féi ce
eh’ es vo.
Te podarùes vegnì a me dià.
No t’ as da fruzarlà dut’ al dì.
Viene subito.
Non ha pace in nessun luogo.
Non sono intoni a nulla.
Soft padrone di far quello che
vogliono.
Potresti venire ad aiutarmi.
Non devi buttar via il tempo in
cose da nulla.
12. Nelle proposizioni negative, a differenza d’altri dialetti,
si premettono i pronomi el. i, ra, soggetto, alla particella negativa.
Esempi :
El no vó sta fermo sto pizo.
Credo eh ' i non èbe ancora pu-
blicà chera lege.
Ra non è ancora vegnuda.
Xon vuole star quieto questo
bambino.
Credo che non abbiano ancora
pubblicata quella, legge.
Ella non è ancora venuta.
La disposizione delle parole corrisponde a quella della lingua,
non c’è che. dire; tuttavia quando un ampezzano vuol esprimersi
in un altro dialetto e dice p. es. : el no voi, i non abia, la non è,
ci s’ accorge subito che non è trentino, perchè nel Trentino dicesi :
noi vói, no i gaba, no la è.
13. Coi pronomi di I e II persona singolare, la forma assoluta
del complemento dì termine (a chi?) è: a mi, a ti; e la forma con¬
giuntiva è: mé, té; il contrario
a tc; mi, ti.
Esempi :
A mi sto afronto?
A ti no te pós confida nuia.
Sto scherzo el no me comoda
niente afato.
Negun te pó voré ben, se te trates
co sta maniera così arogante.
delle forme della lingua: a me,
A me quest ’ affronto?
A te non posso confidar nulla.
Questo schérzo non m ’ accomoda
nienti affatto.
Nessuno ti può voler bene , se
tratti con maniera così arro¬
gante.
u
14. La forma congiuntiva dell’ oggetto diretto dei pronomi
di I e II persona singolare è eguale alla forma assoluta : -— Chi?...
m.é, mé; té, té. Usando la forma assoluta, è necessario ripetere il
pronome di forma congiuntiva.
Esempi :
Sta bona paròles es me consola.
No te vargognesto a féi sta rao-
nades? (form. cong.).
Te m’ aées propio incontrò me.
E1 te ciama te; no sèntesto?
(form. ass.).
Queste parole mi consolano.
Non ti vergogni a far queste
sciocchezze ?
Tu avevi incontrato proprio me.
Egli chiama te; non senti?
15. L’ oggetto diretto del pron. di III pers. plurale femminile
ha forme varie, il cui uso dipende da ragioni eufoniche. Di solito
quando la parola, che segue il pronome, comincia colle consonanti :
cfpqstz.il suono dell’ s del pronome è aspro; se all’ incontro
le iniziali sono: bdglmnrsvz, aeou, il suono dell’ s del
pronome è dolce.
Esempi :
Chel cìan el se res sbranila par
ordin eh’ el res ciapàa.
Es compresto? — No, parche no
’s pos bète a neó.
Tu no te ’s as ancora fenìdes.
ló es feniréi doman.
Nos no ’s on mai vedùdes.
Quel cane se le sbranava di mano
in mano che'le pigliava.
Le comperi ? — No, perchè non le
posso mettere in nessun luogo.
Tu non le hai ancora finite.
Io le finirò domani.
Noi non le abbiamo mai vedute.
16. Il pronome sé è soltanto di forma congiuntiva, e in ambi-
due i generi e numeri si usa come complemento di termine e come
oggetto diretto.
Esempi :
singolare ;
El el se fèsc mal. (c. t).
Chera parsona ra podaràe vive
contenta e inveze ra se créa
mite despiazere. (c. t.).
Chel là el no sé cura de negùn.
(o. d.).
Chera tosa ra se diverte onesta¬
mente. (o. d.).
El se pénte, te vedaràs! {o. d.).
plurale ;
Lo re i se fèsc mal.
Chera parsones es podaràe vive
contentes e inveze es se créa
mila despiazere.
Chi là i no se cura de negùn.
Che ra toses es se diverte onesta¬
mente.
I se pénte, te vedaràs!
45
17. Nel dialetto non si evita l’accozzo dei due pronomi se (si),
sostituendone uno col pronome ci come nella lingua: — se se; ci si.
Esempi :
Calche òta se se tèse tanta ma-
ruvéa de zerta ròbes, ma par
chesto no se saràe bòi de féi
mèo.
De fa òtes se se frastorna ra testa
par monàdes.
Se se maza a féi ste laóre.
Se se bète d’acordo e te vedaràs
che se se ra cava meno mal.
Alle traile ci sì fa tanta maravi¬
glia, dì certe cose. ma. non si sa¬
rebbe tuttavia capaci di far
meglio.
Qualche volta ci si rompe il capo
per cose da nulla.
Ci si ammazza a far questi lavori.
Ci si mette d'accordo e vedrai
che cc se la cava alla meno
peggio.
18. La forma te del pronome di seconda persona usasi anche
come soggetto.
Esempi :
Te fèsc zerto mèo, se te tórnes
a ciasa.
Se no t’ impares adès che te sós
zóin, te te pentiràs can che te
saràs vècio.
Fai certo meglio a tornartene a
casa
Se non impari adesso che sei gio¬
vane, ti pentirai quando sarai
vecchio.
19. Anche nella II persona
giuntiva, come complemento di
diretto (chi?), è diverso da quello
a vós, ve a voi ,
vós, ve voi.
Esempi :
No ve consiglio a zi solo sun olie¬
ra eroda.
Non stagéde a ve da' al vizio del
bée.
No ve pos di’ se l’e mèo o pezo.
plurale il pronome di forma con¬
termine (a chi?) e come oggetto
della lingua :
vi ■
vi
Non vi consiglio andar solo su
quel monte.
Non istate ad abbandonarvi al
vizio del bere.
Non posso dirvi s'è meglio o peg¬
gio.
20. Se ai pronomi di forma congiuntiva:
me te ve se
segue il pronome ne, si usano le forme :
mi ti vi si
46
Nel dialetto però non sì dà mai la forma intera al pronome
ne, bensì l’apostrofata; n\
Nel seguente specchietto presso alle forme della lingua appa¬
riscono chiare le corrispondenti forme dialettali.
PRONOMI DI FORMA CONGIUNTIVA
L forme
in lingua:
in
dialetto ;
■usate in
dialetto;
me
ne
mi
ne
mi n 1
min
te
ne
ti
ne
ti n’
tifi
se
ne
si
ne
si n’
sin
ve
ne
vi
ne
vi n*
vìn
gli
ne =
gliene
i
ne
i n’
in
le
ne ~
. gliene
i
ne
i n’
in
a loro
Esempi :
ne
i
ne
i n*
in
No mi n* éi podù compra, parchè
non avée gnatiche un brugio
inze scarsela.
Ti n* asto abù par mal?
E1 si n’ é zu senza di’ nuia.
No vi n’ aéo incorto?
I n* asto dà?
I n* aéo portò ai vostre pize?
Non potei comperarmene , perchè
non avevo neanche un centesi¬
mo in lasca.
Te n' hai avuto per male?
Se ne andò senza dir nulla.
Non ve ne siete accorto?
Gliene hai dato ?
Ne avete portato ai vostri barn-
inni?
Si può usare anche la forma intera, p. es. — In asto dà? No
vin aéo inacorto?; ma si preferisce specialmente la forma intera
(min tin ecc.), quando il verbo incomincia per consonante.
Esempi ;
Min portào can che torna?
No tin tolesto? toletin pura.
151 sin voràe toma a ciasa.
No vin dago, parchè i non é ma¬
dure.
In mandaréi ben anche a pàre,
Se t’i vedes, t’in daràs anche a
lore.
Me ne portate quando tornate ?
Non le ne prendi ? prendetene
pure.
Egli vorrebbe tornarsene a casa.
Non ve ne do, perchè non sono
maturi.
Ne manderò bene anche al papà.
Se tu li vedi, ne darai anche a
loro.
47
21. La forma pleonastica: ghi (ce, ve) è sostituita quasi sem
pre dalla forma più semplice : i,
— ghi n\ ghin, in = ce ne.
Esempi ■
Ghi n’ élo ancora pestòrte inze
cianea? — Eh, ghi n’é, ghi
n’ é!
In asto de ste fiore?
In éi ancora de pi biéi.
In èelo pi aga inze festinèl?
Varda ce n’ a bela stofa! In com¬
presto?
No in compro mìa.
Varda ce bèla ciariéges! In vosto?
può essere unita al pronome ne:
Ce ne sono ancora palale in can¬
tina? — Eh, ce n' è, ce n' è!
Ne hai di questi fiori ?
Ce n' ho ancor di più belli.
Ce n ’ era più acqua nella vasca?
Guarda che bella stoffa! Ne
comperi?
Non ne compero mica.
Guarda che belle ciliege! Ne
vuoi?
22. 1 pronomi di forma congiuntiva: — me, te, se, ve ven¬
gono anteposti all’ indefinito dei verbi e ciò avviene specialmente
coi verbi riflessi.
Esempi :
Ve préo de ine da’ ’na fre’ de pan.
Avé da ve descedà fora, se voré
che i .afare i vade mèo.
Agnò elo Tone? — L’ é zu a se
féi taià i ciavéi.
Adès che te sós fascià, no t’as
pi da te móe co ra giamba,
finché no viéno ió.
Osservazione :
Un bambino ampezzano, volendo esprimersi in lingua, schiavo
della costruzione del suo dialetto, dice, p. es., così : — Signor mae¬
stro, La prego de mi dare un pennino.
Vi prego di darmi un po' dì pane.
Dovete svegliarvi , se volete che
gli affari vadano meglio.
Dov' è Antonio? — E' andato a
farsi tagliare i capelli.
Ora che sei fascialo, non devi più
muoverli colla gamba, finché
non vengo io.
23. Nella locuzione diretta sì usano soltanto i pronomi di
II persona singolare e plurale:
tu tiò tu
vós, vosòutre voi, voialtri
Parlando a una persona sola si dà del tu e
del vos
colla relativa declinazione di questi due pronomi.
48
II. Pronomi possessivi.
a) di ! persona:
el mè
il mio
ra
méa
la mia
i miéi
ì miei
ra
mées
le mie
el nòsc
il nostro
ra
nòstra
la nostra
i nòstre
i nostri
ra
nòstres
le nostre
di // persona ;
el tò
il tuo
ra
tóa
la tua
i tuói
ì tuoi
ra
tóes
le lue
el vòsc
il vostro
ra
vòstra
la vostra
i vòstre
ì vostri
ra
vòstres
le vostre
di II! persona :
el sò
il suo
ra
sóa
la sua
i suói
i suoi
ra
sóes
le sue
el sò
il loro
ra
sóa
la loro
i suói
i loro
ra
sóes
le loro
Osservazioni :
1. I pronomi mè tò sò si pronunziano colla vocale aperta, e
cosi anche i pronomi di I e II pers. plurale: — nòsc, vòsc; nòstre,
vòstre, nòstra, vostra; nòstres, vòstres.
2. Tutti gli altri hanno la vocale chiusa: — méa, mées; tóa,
tóes; sóa, sóes; miei, tuói, suói.
Esempi :
Tu tòlete ei tò e ió el mè.
E1 tò T é pi gran del mè.
Ió e tu ón impiantà tante brasciói
intór ciasa; i miéi però i é pi
ben cresciude dei tuói.
Pariào de dialete? El uòse el par
ch’el sée tanto difizile, ma el
non é come eh’ i crede zerte.
Dote a ra so miséries e tu tiente
ra tóes.
Tu prendili il tuo ed io il mio.
Il tuo è più grande del mio.
lo e tu abbiamo impiantalo molti
alberi intorno alla casa! i miei
però son più ben cresciuti dei
tuoi.
Parlate di dialetti II nostro par
che sia tanto difficile, ma non
è come credon certi.
Tutti han le loro miserie e tu
lienti le tue.
49
3. Se si parla d’ un oggetto ohe appartiene a una o a più per¬
sone, le forme pronominali : — el sò, ra sóa — sono invariabili :
. . , ra sóa = la sua, la loro
. . . el sò = il suo, il loro
Lo stesso se si parla di pili oggetti che appartengono a una
o a piu persone:
i suói =
ra sóes =
i suoi, i loro
le sue, le loro
Esempi :
Quanta disgrazies a sto mondo!
Quante disgrazie in questo m/m-
Ma dute se tien ra sóes e i no
do! Ma tutti sì tengon le loro
's cambiaràe con cheres d’i
e non le cambierebbero con
òutre.
quelle degli altri.
Dute i genitore i a l’obligo de
Tutti i genitori han V obbligo dì
educa pi ben eh’ i pó i sò pize,
educare meglio che possono i
ma zerte ai suói i vo masa ben
loro bimbi, ma certi col voler
e t s'ì roìna.
loro troppo bene > se li gua¬
stano.
III. Pronomi dimostrativi.
chesto, sto
questo
chesta, sta
questa
chiste, ste
questi
chestes
queste
chéì
quello
chéra
quella
chi
quelli
cheres
quelle
quest ’ altra
costóre
costóro
chest’ òutra
coi óre
colóro
ehest’ òutres
quest' altre
ehest’ éntro
quest 1 altro
cher’ òutra
quell' altra
chip’ òutre
questi altri
che?’ òutres
quelle altre
chel òutro
chi òutre
queir altro
quegli altri
non si dice:
cheres òutres quell' altre
Esempi :
Ciiesto va ben!
Chiste voràe èse!
Chel outro me còmoda de pi.
Chesta tientera par te,
Chestes fèsc bona figura!
Me sorèla r' é zuda con cheres a
ra Madona de Piné.
ló no vado vorentiera con co=
store.
Questo va bene!
Questi ci vorrebbero!
Quell' altro mi va meglio.
Questa lienla per le.
Queste fanno buona figura!
Mia sorella è andata con quelle
alla Madonna di Pinè.
Io non vado volentieri con co¬
storo.
50
Osservazioni :
i. Spesso il pronome dimostrativo può essere seguito da un altro
pronome e rinforzato anche dagli avverbi : ca, là. Le forme abbre¬
viate : sto, ste, sta, non possono essere scompagnate dall’ av¬
verbio ca.
Esempi ;
ca 1 e un gran pendolo.
Cliesta ca r’ é sempre stada ’na
bràa femena.
E1 non èa mìa con me chel là.
Ce bela montàgnes! Oliera là
I* é ra pi outa de ra nostra
valada.
E1 ’l a bù tante piazere da che-
sto ca.
Chel là el non é bon de féi nuia
del vèr.
Cheres là es non a mai fato ’na
forcia de ben.
Ce un (pron, : Ciùn) tananài che
’l é sto ca!
Ste ca i non è adatade a féi chera
partes.
Sto ca, védesto, '1 é un bel aiuto
che te me das!...
Sfa ca 1’ é ’na bela campagna!
2. Il pronome dimostrativo
dall’ avverbio : là.
Esempi :
Chi là i crede de èse ci sa ci.
Chi là i merita ra nostra gratitu¬
dine.
Con chi là no se po zi d’acordo
Da chi là non ón mai abù un de-
spiazer.
Con chi là no t’as da te bète,
parchè i non é galantome.
Costui è un grande scimunito.
Questa è se?npre stata una brava
donna.
Quello lì non era mica con me.
Che belle montagne! Quella lì è
la più alta della nostra valle.
Egli ebbe tanti favori da costui.
Quello lì non è buono di far
nulla a modo.
Quelle lì non fecero mai niente
di buono.
Che uomo da nulla è costui!
Questi non son adatti a far quelle
partì.
Questo, vedi, è un bell' aiuto che
mi dai!...
Questa è una bella campagna!
chi deve pure esser sempre seguito
Quei là credono d' essere chi sa
chi.
Quelli meritano la nostra grati¬
tudine.
Con quelli non si può andar d'ac¬
cordo.
Da quei là non avemmo mai un
dispiacere.
Con quei [tali non devi impac¬
ciarti, perchè non sono onesti.
51
3. Anche nel dialetto, quando s’incomincia un pensiero col-
1’ oggetto diretto, è necessaria la ripetizione dello stesso con un altro
pronome.
Esempi :
Chi là i éi fate ió.
Chel là 1 * éi sempre stima, ma
con colore non éi mai volto me
n’ impazà.
Cheres là no ’s podón tói con nos
a féi ste ladre, parche es non ó
propio da nuia.
Quei là li ho fatti io.
Quello lì V ho sempre stimato ,
ma con coloro non ho mai vo¬
luto impacciarmi.
Quelle là non le possiamo pren¬
dere con noi a fare questi la¬
vori, perchè son proprio da
nulla.
IV. Pronomi relativi.
Essi introducono la proposizione secondaria relativa.
Due sono i pronomi relativi :
che — che, il quale , la quale
ci = chi (cóhti che)
Esempi nei quali il pronome relativo che è adoperato:
a) come soggetto:
M’ éi fermà ’na s-cianta a féi doa
ciàcoles con me zarmana che
ra louràa inze orto.
I porto da disnà a chi dói ome
eh’ i ladra sun cuerto.
h) come oggetto diretto:
Non son bon de ciato chera bar-
ghesces che te m* aées comedà
anséra.
c) come oggetto indiretto:
Chesto ’l é ’n atrezo che se fèsc
tonte ladre.
Osservazioni :
Nei primi due esempi si vede il soggetto ripetuto da un altro
pronome. Nell’ ultimo esempio il pronome che, usato come com¬
plemento indiretto, è scompagnato dalla preposizione; motivo questo
per cui gli scolari, scrivendo in lingua, commettono errore; p. es. :
•— Vedi qui quel bel disegno che t’ ho tanto parlato.
Mi son fermalo un pochino a far
due chiacchiere con mia cugi¬
na che lavorava nell' orlo.
Porto il desinare a quei due uo¬
mini che lavorano sul tetto.
Non son capace di trovare quei
calzoni che m'avevi raggiu¬
stati ieri sera.
Quest' è un attrezzo col quale si
fanno molti lavori.
52
Il pronome relativo ci è sempre seguito dal pronome che:
ci che • — colui che , colui il quale
Esempi :
Chel òn serio e prudente el no
sta vorentiera con ci che parla
mal de ra zénte.
Ci che no ladra non a dento de
- magnò.
Ci c’ a prescia, vade pian!
Ci eh’ é boi de se ocupà inze ’na
maniera o r’ outra, no s’i sente
mai di’ : — Ce dì longo, ,an-
cuói!
Quell' uomo serio e prudente non
istà volentieri con chi parla
mal del prossimo.
Chi non lavora non ha diritto di
mangiare.
Chi ha fretta, vada adagio.
Quelli che sanno occuparsi in
ima maniera, o nell' altra , non
se li sente mai dire. — Che
giornata lunga , oggi!
V. Pronomi interrogativi,
ci? ce? che ce? cal? cara? cai? cares? quanto?
chi? che? che cosa? quale? quale? quali? quali? quanto?
quanta? quante? quantes?
quanta ? quanti? quante?
Esempi :
Ci élo che yien a me dià?
Ce tèsto?
Che ce?
Ce asto dito? (pron. : Ctòsto)
Par ci me tòlesto tu?
C’ élo suzedù?
Cai vósto de sti dói?
Cai asto parecià?
A cara i vosto ben?
Càres avéo sona?
Quanto élo da pagà?
Quante i n’ asto guadagni?
A ci i l 1 asto portò?
Par ci laoresto?
Quanta i n’ asto consumè?
Ce te bétesto pa ra testa?
Ce cràelo chel là?
Osservazione :
Che ce? — è una domanda
un verbo; non si può dire — p.
Chi sei?
Chi è che viene ad aiutarmi?
Che fai?
Che cosa?
Che cosa hai detto?
Per chi mi prendi tu?
Che cos' è successo?
Qual vuoi di questi due?
Quali hai preparato?
Quale ami?
Quali, avete suonato?
Quant' è da pagare?
Quanti ne hai guadagnato?
.4 chi V hai portato?
Per chi lavori?
Quanta ne hai consumato?
Che cosa li metti per la testa?
Che cosa grida quello lì? Perchè
grida quello lì?
e non può mai essere seguita da
— Che ce tèsto? bensì ; Ce tèsto?
VI. Pronomi indefiniti.
un
uno
outro
altro
outre
altri
alquante
alquanti
zèrte
certi
zertune
certuni
pòco
poco
poche
pochi
tanta
tanta
tropo
troppo
dute
tutti
Esempi :
Un soméa a chel oirtro.
Chi sciatili i éi portade inz'el
deposito e alquante i é stade
ormai vendude.
Cai eli ed un el ghin a ’na fre' masa
de tacada!
Mancia pòco ancora; el pi ’I é
fato.
Dute pròa algo inze sto por mon¬
do, e non é propio negìin eh’ el
nori èbe fa so - cróges.
Tòl chiste; de òutre non ghi n’ éi.
Viene cichesée; non èbe paura e
fèse sempre chel che te dèta ra
tò coscienza.
Besén di’ sempre ra verità da-
vante a cichesée.
Guai a ci che se perméte de tocià
ra roba d’i outre.
Zertune i crede che a féi bén se
padìsce. Duto outro! Anzi se i
catìe i provase à féi ben, i de-
ventaràe dute boi.
Duto pasa a sto mondo e no resta
nuia outro che ’1 merito de ra
bona aziós. A se bete a féi algo,
1’ é sempre da pensà parcé che
se 1’ fèsc.
ealchedùn
qualcheduno
ognun
ognuno
chiùnche
chiunque
qualunquè
qualunque
cichesée
chicchessia
nuia
nulla
Pi
più
manco
meno , manco
cotal
cotale
algo
qualche cosa
negù n
nessuno
Uno somiglia a quell' altro.
Quei cofani li ho portali nel de¬
posito e alcuni sono già stati
venduti.
Qualcuno è un po' troppo ambi¬
zioso!
Manca ancor poco; il più è fatto.
Tutti provano qualche cosa in
questo povero mondo; e non c'è
proprio nessuno che non abbia
le sue croci.
Prendi questi; altri non ne ho.
Venga chicchessia; non aver pau¬
ra e fa sempre quello che ti
detta la tua coscienza.
Bisogna dir sempre la verità da¬
vanti a chicchessia.
Guai a chi si permette di toccare
la roba altrui.
Certuni credono che a far bene
sì patisca. Tuli' altro! anzi se
i cattivi provassero a far bene,
diventerebbero tutti buoni.
Tutto passa a questo mondo e
nulla resta, altro che il merito
delle buone azioni. Nel por ma¬
no a far qualche cosa , si pensi
sempre al fine.
54
G. VERBI
Osservazioni generali sui verbi,
1. In qualunque tempo le voci dei verbi della II! pers. plurale
son sempre eguali a quelle della III pers. singolare, perciò anche
i verbi transitivi, nella forma passiva fatta coi verbi essere e venire
o colla particella pronominale si, conservano la voce singolare
quando il soggetto è plurale.
Esempi di forma passiva:
I superbe i é umiliade da Dio. I superbi sono umiliati da Dio.
I ciampe i vien leurade dal con- I campi vengono lavorati dal con-
tadin. , ladino.
Se vende i vóe a bon prezo. Si vendono le uova a buon presso.
Se parecia i mobile che ocore. Si preparano i mobili che occor¬
rono.
Gol concorso dei forestiere in Am- Col concorso dei forestieri in Am-
pezo se fèsc biei guadagne. pezzo si fanno bei guadagni.
2. Nella coniugazione dei verbi, che si andrà esponendo, ren-
desi palese il carattere ladino del dialetto ampezzano specialmente
nell’ esse finale di tutte le voci della II pers. singolare e nelle forti
e strane voci della I e II pers. plurale dell’ imp. cong. e del pres.
condizionale.
3. Il verbo si pronunzia con suono spiccato e chiaro, il che dà
al discorso un’ espressione robusta e decisa.
4. Tutti i verbi nell’indefinito sono troncati e delle desinenze:
— are, ere, ire non conservano che le vocali caratteristiche :
— a e i,
1 lòurà II créde III sentì
lavorare credere sentire
5. Alcuni pochi verbi irregolari di II coniugazione vengono
pure troncati nell’indefinito:
voré podé savé vare dovè
volere potere sapere valere dovere
6. h' accentazione sull’ ultima sillaba dei verbi accennati ai
numeri 4 e 5, troncati nell’indefinito, contribuisce pure a dare un
che di forza alla parlata ampezzana.
OD
7. Tutti i verbi dì I e ITI coniugazione hanno la forma del-
T indefinito eguale a quella del participio passato, e si scrivono
ambidue coll’ accento sull’ ultima sillaba.
indefinito
pensò pensare
ci anta cantare
partì partire
sofrì soffrire
participio passato
pensa pensato
ciantà cantato
partì partilo
sofrì sofferto
8, I verbi dare e stare nell’ indefinito è meglio scriverli col-
T apostrofo e il participio passato coll’accento:
da’ dare dà dato
sta’ stare sta stato
Anche dire, per distinguerlo da dì
verlo coll’apostrofo :
di’ dire dì
= giorno, è meglio scri-
cjiorno
9. Altri verbi di II coniugazione si pronunziano nell’ indefi¬
nito coll ' accento sulla vocale della radice :
gode godere
vede vedere
scòde riscuotere
10. I verbi sdruccioli della lingua diventano piani nel dialetto,
spènde spendere pèrde perdere zèrne cernere
17. lì participio passato dei verbi di II coniugazione cambia
la vocale caratteristica e dell’ indefinito in u:
créde
credere
credù
creduto
vénde
vendere
vendù
venduto
rènde
rendere
rendìi
fenduto
savé
sapere
savìi
saputo
Essendo participi troncati della lingua, conservano la carat¬
teristica u della desinenza della lingua: uto.
12. I participi irregolari della lingua sono irregolari anche nel
dialetto.
liése leggere lièto letto
serie scrivere se rito scritto
morì morire morto morto
56
13. Gerundio.
Il dialetto am pe zzano manca della forma gerundiva; tuttavia
ora |* incomincia ad usarla, e ciò è dovuto specialmente alla scuola
e alle occasioni sempre più frequenti che ha la popolazione di par¬
lare in lingua.
Molto più spesso il gerundio
cita o dall’ indefinito.
Esempi col gerundio:
Pensando sóra ’na fre\ t' aaràes
da te convinse che 1’ é mal fato
a parià senza negùn riguardo
de sta burta ròbes.
Sentendo sta nóa, ón fato presto
a paricià i nostre conte.
Esempi con forme esplicite :
A lòurà a chera magnèra el s’ a
róinà ra salute.
In chéra che vegnaón fòra de
gégia, ón sentì a sonò ciampa-
gna a martèl.
Inz’ el torna a ciasa, m’ éi perdù
r* ombrèla.
viene sostituito dalla forma espli-
Pansandoci su un po' dovresti
convincerti eh' è mal fatto par¬
lare di queste brutte cose seri-
z' alcun riguardo.
Sentendo questa novità , ci siamo
affrettati a preparare i nostri
conti.
Lavorando a quel modo si rovi¬
nò la salute.
Uscendo di chiesa, sentimmo suo¬
nare a stormo.
Ritornando a casa, perdetti V om¬
brello.
FLESSIONE DEI VERBI
La flessione dei verbi si fa in tutti i modi e in tutti i tempi
come nella lingua. Mancano però, anche in questo dialetto, le voci
del passato remoto; invece s’usa il passato prossimo.
Esempio :
On lóurà, magnà. e pousà. Lavorammo, mangiammo e ri¬
posammo.
Modi.
M.
indicativo :
presente
p. imperfetto
futuro semplice
p. prossimo
trap. prossimo
futuro anteriore
M.
congiuntivo ;
presente
imperfetto
passato
trapassato
M.
condizionale :
presente
passato
M.
imperativo :
presente
futuro
57
Modi indefiniti :
indefinito: presente, passato, futuro
gerundio : presente, passato
participio : passato
Osservazioni :
I pronomi che si usano nella coniugazione d’ un verbo sono :
ió tu el — nòs vós lóre
Alcuni di questi pronomi vengono anche accompagnati da altri
pronomi: — tu te, tu t’, el el, el ’l, nosòutre, vosoutre, lore i;
ma specialmente i pronomi di li e III pers. sing. e di III pers.
plurale.
CONIUGAZIONE
dei verbi ausiliari essere e avere e dei verbi regolari di I, II, III
coniugazione. Si omettono le voci della lingua, perchè nessun ita¬
liano troverassi impicciato a capire quelle del dialetto.
Modo indicativo.
Presente : essere
avere
I .. : are
Il ... ere
III .. .ire
Ió són
éi
penso
credo
sento
Tu te sós
V as
penses
credes
sentes
El ’l é
a
pensa
crede
sente
Nós són
ón
pensón
credón
sentón
Vos sé
aé
pensa
credè
sentì
Lore i é
a
pensa
créde
sènte
Osservazioni :
L. Caratteristica
è la desinenza s della II persona singolare.
2. Le voci della III p. s. e III p. pi. sono eguali, il che avviene
nella maggior parte dei dialetti.
3. La desinenza iamo della lingua si
cambia in ón, e le desi-
nenze : ate ete ite della II pers.
plurale vengono troncate: à é ì.
4. Le voci della I p. s, e pi. del verbo essere sono eguali :
ió són,
nos són —
- io sono ,
noi siamo
P. imperfetto.
èse
avé, aé
I ...are
II ...ere
III ...ire
Ió sèe
avée, aée
pensaè
cardée
senile
Tutte, (f) sèes
avées ...
pensàes
cardées
sentìes
El ’l èa
avéa ...
pensàa
cardéa
sentìa
5 B, Apollonio - Grammalica dialetto Àmpexzano.
5S
Nos
seón
aveón ...
pensaón
cardaón
sentión
Vos
seà
aveà ...
pensaà
eardaà
sentià.
Lore i
èa
avéa ...
pensàa
cardéa
sentìa
Osservazioni :
1. Si noti la gran differenza fra lingua e dialetto nelle voci
della 1 e II pers. sing. e plur. del verbo essere (èse).
2. Si usano anche le voci : credée ,.. invece di cardée ...
3. I verbi di II coniugazione nella ì e II pers. pi. cambiano
la vocale caratteristica e in a.
4. Nelle voci del pass. imp. il suono del v si sente appena,
anzi spesso si omette.
5. Si noti pure la desinenza caratteristica s nella II pers. sing.
Futuro semplice.
Ió
saréi
aaréi
pen saréi
cardaréi
sentirei
Tutte, (t 1 )
saràs
aaràs
pensaràs
pensare
cardaràs
sentiràs
E1 ’1
sarà
aarà
cardarà
sentirà
Nos
sarón
aarón
pensarón
cardarón
senti rón
Vos
saré
aaré
pensaré
cardaré
sentirò
Lore i
sarà
aarà
pensarà
cardarà
sentirà
Osservazioni :
1. Anche in questo tempo nelle voci del verbo avere (aé) per
lo più si omette la lettera v.
2. La vocale caratteristica e dei verbi di II coniugazione si
cambia in a.
3. Soltanto le voci della III p. sing. son quasi tutte eguali a
quelle della lingua.
Passato prossimo.
Ió
son stà
éi abù
» abù
» bù
éi pensà
éi cardò
éi sentù
Nós
son stàde
on abù
ón pensà
on cardù
ón sentù
Trap. prossimo.
ló sèe sta aée abù aée pensà aée cardù aée sentù.
Osservazione :
Nei tempi composti del verbo essere si usa anche l’ ausi¬
liare avere.
59
Esempi :
1^0
CM
A9
U,
Asto mai stà a ra caza ìnze chel
bosco?
On sta pi òtes anche nosòutre a
1’ saludà can che '1 èa melitar.
Non aào mai sta a Venezia? Uh,
ce poco che aé viazà!
Agnó àio stà sto strafierón fin
adès?
Sei mai slato alla caccia in quel
bosco?
Siamo siali più volle anche noi a
salutarlo quand'egli era soldato.
Non eravate mai stati a Venezia?
Ih, avete viaggialo ben -poco voi!
Dov' è stato finora questo zibal¬
done?
Futuro anteriore.
ló
saréi sta aaréi abù aaréi pensa cardù
sentii
Osservazioni :
1. Il'participio passato del verbo essere ha le forme: — sta,
stade; stada, stades.
2. Se il participio passato d ! un verbo transitivo segue F og¬
getto diretto, esso concorda nel genere e nei numero.
Esempi : :
Ilai visto mio fratello e mia so¬
rella? — Lui l'ho incontralo lì
alla posta ed essa V ho veduta
in chiesa.
Avete finito quei tavolini? — Eh,
sì, sì, che li dbbiam finiti e li
abbiamo anche portali al de¬
posito.
E quelle cornici intarsiate le ave¬
te vendute ? Sì, sì, è un pezzo
che le abbiavi vendute.
Asto vedù me fardèl e me sorela?
— E1 1* éi incontra là da ra
posta e^era r’ éi veduda inze
gégia.
Aéo fenì chi tòulìs? — Eh, sci,
sci, eh’ i ón fenide e i ón anche
portade inz’el deposito.
E chera comìges intarsiades es
aéo vendùdes? Ai, ai, l’é ’n
tòco ch’es ón vendùdes.
3. Parlando in fretta, la vocale a del participio abù sparisce.
Si dice p. es. : — Ei bù da féi sto ladro in prèscia. Se la parola
che precede il participio del verbo avere contiene il v, la lettera v
del participio avù viene per eufonia sostituita dal b.
Esempio :
Nosoutre aveón abù tante piazere
da chel bon Ón.
Noialtri avevamo amilo molti
piaceri da quel buon uomo.
k. I participi passati dei verbi di III coniugazione conservano
la vocale caratteristica i: — partì, sòfrì, servì. — Il verbo sentire
(sentì) fa eccezione : — ón sentii.
60
MODO CONGIUNTIVO
Presente.
èse
avé
I ...à
II ...e
III ...i
Convien che io
sée
èbe
pénse
crede
sénte
»
»
tu te
sées
èbes
pénses
credes
sèntes
»
»
el
sée
èbe
pénse
crede
sènte
»
»
nos
sène .
óne
pensóne
credóne
sentono
»
>5
vos
sède
aéde
pen sfide
credéde
sentìde
■.»
«
lore i sée
èbe
pénse
crede
sènte
Osservazioni :
1. Le proposizioni possono essere espresse in tre maniere:
Convien che tu te sées presente.
» » te sées presente tu,
» » te sées presente.
2. Le desinenze assai caratteristiche sono;
es per la II pers. singolare,
óne per la I pers. plurale,
ad e, ede, ide per la II pers. plur.
3. Le voci della I pers. sing. e della III pers, sing, e plur.
sono eguali.
Imperfetto.
io
fóse
aése
pensàse
credése
sentìse
tu te
fóses
aéses
pensàses
credéses
sentìses
el
fóse
aése
pensàse
credése
sentìse
nos
fosasón
aasón
pensasón
credasón
sentisón
vos
fosasà
aasà
pensasà
credasà
sentisà
lore i
fóse
aése
pensàse
credése
sentìse
Osservazioni :
1. Soltanto le voci della I e II pers. plur. differiscono molto
da quelle della lingua. Queste due voci dei verbi di II coniugazione
cambiano la vocale caratteristica e in a.
2. Anche in questo tempo T s è la caratteristica terminazione
della II pers. sing.
Passato.
/
E1 par che ió sée sta, che nos one pensa, ecc
Osservazione :
Si aggiunge il participio alle voci del verbo ausiliare nel
presente.
61
Trapassato.
E1 paréa che nosouire fosasón stade; che lore i aése servì.
Osservazione :
Si aggiunge il participio passato alle voci dell’ ausiliare nel-
l’imperfetto.
Presente.
MODO CONDIZIONALE
Ió
è se
saràe
avé
avaràe
I ...are
pensaràe
li ...ere
credaràe
III .ire
sentirne
Tu te
saràes, se...
avaràes
pensaràes
(cardaràe)
credaràes
sentiràes
El
saràe
avaràe
pensaràe
credaràe
senti rèe
Nos
fosasón
avasón
pensasón
pensosa
credasón
sentisón
Vos
fosasà
avasà
credasà
sentisà
Lore i
saràe
avaràe
pensaràe
credaràe
sentìràe
Passato.
Tu te saràes stada contenta, se ...
Osservazioni :
1. Il passato si forma aggiungendo il participio passato al
presente condizionale.
2. Anche nel presente condizionale, come nel futuro dell’indi¬
cativo, la vocale caratteristica e dei verbi di II coniugazione si
cambia in a.
3. Assai rimarchevole è l’eguaglianza delle voci della I e II
persona plurale dell’ imperf. congiuntivo e del pres. condizionale.
Esempi :
Vosòutre fosasà zerto pi conten¬
te, se fosasà inz’ el vose paés.
L’ ava sóli tegnù vorentiera inze
ra nostra sozietà, se no se
fosasón incèrte eh’ el non èa
un galantòn.
No fosasón mia inze sto stato, se
fosasón stade ’na fre’ pi coute.
Voialtri sareste cerio più con¬
tenti ,, se foste nel vostro paese
V avremmo tenuto volentieri nel¬
la nostra società , se non ci fos=
simo accorti eh' egli non era
un galantuomo.
Xon saremmo mica in questo sta¬
to, se fossimo stati un po' più
cauti.
m
DIPENDENZA DEI TEMPI
" " ■ i
Essa corrisponde perfettamente a quella delia lingua.
1. Il presente congiuntivo
Esempi :
Me pare el me racomanda sem¬
pre che sée sinzero e onesto
con dute.
Dio vó che nosòutre perdonarne
a ci eh’ i me fèsc del mal.
dipende dal presente indicativo.
Mio padre mi raccomanda sem-
pre che sia onesto e sincero con
tutti,
Dio vuole che noi perdoniamo a
chi ci la del male.
V
2. L’imperfetto del modo congiuntivo dipende dall' imperfetto
indicativo e dal presente condizionale.
Esempi :
I carde a eh’ el fosse colpevole.
Par podé serie ’na fre’ mèo, be=
sognaràe che te lieséses calche
bon libro.
Se te te comprases i Promessi
Sposil e che t 1 i lieséses de spés,
t’impararàes serto, no soltanto
talian, ma anche a deventà un
bon òn.
Essi credevano che fosse colpe¬
vole.
Per poter scrìvere un po' meglio ,
bisognerebbe che tu leggessi
qualche buon libro.
Se ti comprassi ì Promessi Spo¬
si e bhe\ lì leggessi spesso, im¬
pareresti certo non solo italia¬
no , ma anche a diventare un
buon uomo.
3. Il pass. cong. dipende dal pres. indie, e il trap. cong. dal-
1‘ imperf. indie., dal pres. e dal pass, condizionale.
Esempi :
I disc dute eh’ el sée sta el a di¬
rìge i lavore de chera strada.
L’ èa hén da créde che fose sta
chi là a portà via ra légnes.
Nosòutre fosasón stade pi con¬
tente, se vos aasà azetà chera
condiziós.
Dicono tutti che sia stato luì a
dirigere i lavori di quella
strada.
Era ben da credere che fossero
stati quei là a portar via la
legna.
Noialtri saremmo stati più con¬
tenti, se voi aveste accettate
quelle condizioni.
63
MODO IMPERATIVO
Presente.
èse ( essere )
Sée tu; t’ as da èse tu
Sée el; eh’ el sée el; 1’ a da ése el
ùn da èse nós
Aé da èse vós; sède vós
Sée lore; eh’ i sée Idre; i a da
èse lore
no èse (non essere)
no èse tu; no sée tu; no t’ as da
èse tu
eh’ el no sée el; el non a da ése el
non ón da èse
non aé da èse; no sède ... vós
eh’ i no sée lore; i non a da èse
lore
avé, aé (avere)
Ebe tu; t’as d’aè tu
Che ’l èbe el; èbe el; ’l a d’ aé el
On d’aé nosoutre
Aéde vos; avé d’ aé vos
Èbe lóre; eh’ i èbe lore; 1 a d’avé
lore
non aé (non avere )
non èbe tu; no t’ as d’ aè tu
eh’ el non èbe el; el non a d’aé el
non ón d’avé nós
non avéde; non avé d’ aé vos
eh’ i non èbe; i non a d’ aé lore
VERBI DI
I ... à (are) II ... e (ere)
Laóra tu; t’as da lourà tu créde tu; t’as da crede tu
Laóre el; eh’ el laóre el créde el; eh’el créde el
l'a da lourà el l’a da créde el
Lourón nos; on da lourà nós
Lourà vos; aé da lóurà vós
Laóre lore; eh’ i laóre lore
i a da lourà lore
credón nos; ón da créde nós
credè vos; aé da créde vós
créde lore; eh’ i créde lore
i a da crede lore
III ... ì (ire)
sènte tu; t’as da séntì tu
sénte el; eh’el sénte el
1’ a da sentì el
sentón nos; on da sentì nos
sentì vós; aé da sentì vos
sènte lóre; eh’ i sènte lore
i a da 'sentì lore
no lourà (non lavorare)
No laóra; no t’ as da lourà
no sta a lourà
Ch’ el no laóre; el non a da lourà
no créde (non credere)
no crede; no t’ as da créde
no sta a créde
eh’ el no créde; el non a da créde
64
No lourón; non on da ìourà
no stagión a Ìourà
No louràde; non aé da Ìourà
no stagéde a lóurà
Ch’ i no ladre; i non a da lóurà
no credón; non on da créde
no stagión a créde
no credéde; non aé da crede
no stagéde a crede
eh’ i no crede; i non a da crede
no sentì ( non sentire)
no sente; no t’as da sentì
no sta a sentì
eh’ el no sente; el non a da sentì
no sentón; non on da sentì
no stagión a sentì
no sentide; no aé da sentì
no stagéde a sentì
eh’ i no sente; i non a da sentì
Osservazioni :
1. Si noti che nella voce della II persona singolare sparisce
l’s caratteristica del modo indicativo, congiuntivo e condizionale.
2. Le voci della II e III pers. sing. e della III pers. plur. di
ogni verbo sono eguali ad eccezione della voce della II pers. sing.
dei verbi di prima coniugazione, che termina colla vocale carat¬
teristica a.
3. Dai soprascrìtti esempi rilevasi che, in vece di usare la
semplice voce del verbo, ricorresi di frequente ad una perifrasi;
anzi nella I pers. plurale delle proposizioni affermative e negative
dei verbi ausiliari e nella III persona singolare e plurale delle pro¬
posizioni negative di tutti gli altri verbi, non si può farne a meno.
4. La perìfrasi può esser fatta:
— o col verbo nell’ indefinito, insieme all’ ausiliare avere
o al verbo stare.
Esempi : Lore i non a da Ìourà. Non lavorino essi.
No stagéde a ve móe. Non movetevi.
El non a da erède. Non creda egli.
— oppure con una proposizione copulativa soggettiva, omet¬
tendo la proposizione principale da cui dipende : — Besén...
Convién...
Esempi : Che ’1 créde el! Creda lui!
Ch’ i no lavore ancoil Non lavorino oggi.
65
5. Se si parla direttamente a una persona, nelle proposizioni
imperative negative, dando del tu non si usa il verbo all’ indefi¬
nito come nella lingua, ma la voce del verbo coniugato. Si noti
però che coi verbi di II coniugazione la voce corrisponde nella
forma a quella dell’ indefinito.
Esempi :
No laóra adès.
No créde a sta fandònies.
No sta a erède a obera femenates.
No parla cosci forte.
No ciàcoia tanto.
Non èbe tanta paura.
No sta co ra testa cosci piegada.
Fa eccezione il verbo essere :
l’indefinito 1 ).
Esempi:
Non lavorare adesso.
Non credere a queste fandonie.
Non credere a quelle femminacce.
Non -parlare così forte.
Non ciarlar tanto.
Non aver tanta paura.
Non istare colla testa così piegata.
èse, col quale si può usare anche
No 2 ) èse tanto curios. (no sée) Non essere tanto curioso.
No 2 ) èse tanto superbo, » Non essere tanto superbo.
No 2 ) èse cosci sfazà. » Non essere cosi sfacciato.
Parlando direttamente a una o a più persone, nelle proposi¬
zioni imperative negative, se si dà del voi, si aggiunge alla voce
del verbo positivo la sillaba de, e così si ha la forma corrispondente
a quella della lìngua. Qual differenza però fra la voce positiva e
la negativa! p. es. : Laurà! no louràde!
Esempi :
No louràde cosci a ra bona se ve
voré féi onor.
No ve spaventade par cosci pòco.
No partide mìa senza vegnì a me
saludà.
No sède tanto avare!
No stagéde duto ’l dì pede ’l
tornèi.
No credéde a duto chel eh’eì ve
disc.
Non lavorate così alla buona se
volete farvi onore.
Non ispavenlatevì per sì poco.
Non partite mica senza venire a
salutarmi.
Non siate tanto avari.
Non islaie lutto il giorno presso
il fornello.
Non credete a tutto quello che
egli vi dice.
1) Anche il verbo féi (fare). Vedi esempio pag. 70.
2 ) stando alla regola dell’avverbio negativo: non (vedi pag. 85),
siccome la voce èse comincia'per vocale, si dovrebbe usare la forma
intera: non: ma in questo causo si preferisce omettere l’n finale.
Osservazione :
In iscuola son necessari parecchi esercizi per abituare l’orec¬
chio degli alunni ad usare il verbo colla forma dell’ indefinito,
quando danno del tu ad una persona con proposizioni imperative
negative.
Futuro,
Esempi di proposizioni imperative nel futuro:
Andrai tu.
Vèrran ben loro!
Farete voialtri questi lavori.
Avrete da fare con noi!
MODO INDEFINITO
èse, avé o aé
pensà, téme, pad!
èse sta’, aé abù
aé lourà, avé sentù
èse par èse, èse par aé
èse par móe, doé lourà
dovè èse, doé guadagnà
èse par créde, dovè se defènde
Del participio e del gerundio
verbo pag. 55, 56.
essere, avere
pensare, temere, patire
essere stato, aver avuto
aver lavorato, aver sentito
essere per essere, essere per avere
essere per andare, dover lavorare
dover essere, dover guadagnare
essere per credere, dover kifen-
[dersi
vedi Osservazioni generali sul
CONIUGAZIONE
dei verbi irregolari di I coniugazione.
participio :
andato
indefinito :
zi, zisin andare, andarsene ,
ire, gire, girsene
da’ dare
sta’ stare
féi fare
dà, dada
stà, stada
fato
dato, data
stato, stata
fatto
èse stà,
essere stato,
aé fato
aver fatto
67
Presente
zi, zisin
indicativo.
andare, andarsene
da’ dare
sta’ stare féi fù
'ió
vado,
min vado
dago
stago
fègio
tu te
vas,
te tin vas
das
te stas
te fèsc
el
va.
sin va
dà
sta
fèse
nos
zón,
sin zón
dagión
sfagión
fegión
vos
zi*
vin zi
dagé
stagé
fegé
lore i
va,
i sin va
dà
sta
fèsc
Osservazioni :
1. Il verbo zi ( andare ) ha nella I e II pera. plur. voci differenti
da quelle della lingua: — zón, zi ( andiamo , andate).
2. Il verbo fare ha neil’ indefinito una forma molto diffe¬
rente: féi.
3. Si
noti la forma
comune :
— fèsc nella
II, III pers.
nella III
pers, plur.
. iinperf.
ìnd.
zi
da’
sta’
féi
ió
zìe
dagée
stagée
fegée
tu te
zìes
dagées
stagées
fegées
el
zìa
dagéa
stagéa
fegéa
nos
zión
dagiaón
stagiaón
fegiaón
vos
zia
dagiaà
stagiaà
fegiaà
lore
ì zìa
dagéa
stagéa
fegéa
Osservazioni :
1. Col verbo zi ( andare ) si mantiene la radice del verbo gire,
zìe = già , giva.
2. Nelle desinenze della I e II pers. plur. dei verbi dà, sta’,
féi la vocale e delle altre persone si cambia in a: — dagiaón, dagiaà,
stagiaón, ecc.
Pass, prossimo.
zi da’ sta’ féi
io min son zu éi dà son sta, éi sta éi fato
Osservazione :
Col verbo sta’ (stare) s’ adopera anche il verbo ausiliare avere :
— éi ||1 = sono stalo.
Esempio :
* r
PII 1’ a sempre sta là fermo come Stette sempre lì fermo come una
’na statua. statua.
68
Futuro.
ió
ziréi
darei
starei
faréi
tu, te
ziràs
daràs
staràs
faràs
el
zìrà
darà
starà
farà
nos
zirón
darón
starón
farón
vos
ziré
daré
stare
fare
lore
zirà
darà
starà
farà
Omettonsi gli altri tempi composti, che si fan alla stessa ma¬
niera del p. prossimo.
Presente.
MODO CONDIZIONALE
ió
ziràe,.., se...
daràe
staràe
faràe
tu,
te ziràes
daràes
staràes
farà,ss
el
ziràe
daràe
staràe
faràe
nos
zisón
dagiasón
stagiasón
fegiasón
vos
zisà
dagiasà
stagiasà
fegiasà
lore
ziràe
daràe
staràe
faràe
Osservazione :
Si confrontino le desinenze del dialetto e quelle della lingua
nel futuro e nel presente condizionale:
futuro — ziréi {andrò)
pr. cond. — ziràe {andrei)
Presente.
MODO CONGIUNTIVO
ió
vàde
staghe
daghe
fège
tu te vàdes
staghes
daghes
fèges
el
vàde
staghe
daghe
fège
nos
zone
stagióne
dagióne
fegióne
vos
zìde
stagéde
dagéde
fegéde
lore
vàde
staghe
daghe
fège
letto
vedesi
che il verbo
zi (andare)
cambia la
Osservazione :
Anche nel di
radice nelle voci della I e II pers. plurale.
Imperfetto.
Besognarae che ió zìse stagése
» « tu te zises stagéses
» » el zi se stagése
dagése
dagéses
dagése
fegése
fegéses
fegése
69
Besognarae che nos
zisón
stagiasón
dagiasón
fegiasón
» » vos
zisà
stagiasà
dagiasà
fegiasà
» n lore
zìse
stagése
clagése
fegése
Osservazione :
Col verbo zi ( andare ) si mantiene la radice del verbo zi {gire)
in tutte le persone.
MODO IMPERATIVO
sta tu
eh’ el staghe el
stagión nos
stagé vos
eh’ i staghe lore
Osservazione :
Nella III pers. sing. e plur. si può dire anche: — Vade el;
vade lore, ecc.
da tu
eh’ el daghe el
dagión nos
dagé vos
eh’idaghelore
fèsc tu
eh’ el fège el
fegión nos
fegé vos
eh’ i fège lore
Presente.
Va tu
Ch’ el vade el
Zón nos
Zi vòs
Ch’ivadelore
Preposizioni imp. negative.
(1) No va; no sta a zi
no t' as SaTzi
no tin va
Ch’ el no vade el
No zón; non ón da zi
no stagión a zi
No zide; non aé da zi
no stagéde a zi
Ch 1 i no vade
(2) no da’; no t’as da dà
no sta a dà
ch’el no daghe
no dagión; non on da dà
no stagión a dà
no dagéde; non aé da dà
no stagéde a dà
eh’ i no daghe
(3) no sta; no t’ as da sta
eh’ el no staghe
no stagión; non on da sta
no stagéde; non aé da sta
ch’i no staghe
(4) no fèsc; no t’as da fei
no fói
no sta a féi
eh’el no fège
no fegión; non on da féi
no stagión a féi
no fegéde; non aé da féi
no stagéde a féi
eh’ ì no fège
Osservazione : — Ricorrasi di frequente alle perifrasi; del
resto valgono le osservazioni sugli altri verbi a pag. 64. — Anche
70
col verbo féi {fare) nelle proposizioni imperative negative, dando
del tu, oltre la voce : no fèsc, si può usare la forma dell' indefinito :
— no féi.
Esempio :
No fèsc tanta monàdesl oppure : — No féi tanta monades!
(Non fare tante sciocchezze!). E’ più usata però la voce: fèsc.
CONIUGAZIONE
di alcuni verbi irregolari di II e III coniugazione.
Per brevità ci si limita alla coniugazione dei verbi d’ uso più
ftequente nei tempi più importanti.
Indefinito.
dovè
podé
savé
voré
liése
dovere
potere
sapere
volere
leggere
Presente indicativo.
ió
dévo
pós
sèi
vói
lieso
tu te
déves
pos
sas
vos
liéses
el
déve
pó
sa
vó
liese
nos
dovón
podón
saón
voròn
liesón
vos
dovè
podé
saé
voré
liesé
ìore
déve
pó
sa
vó
liése
Imperfetto indicativo.
ió
dovée
podée
savée
vorée
liesée
tu te
dovées
podées
savées
vorées
liesées
el
dovéa
podéa
savéa
voréa
lieséa
nos
dovaón
podaón
savaón
voraón
liesaón
vos
dovaà
pddaà
savaà
voraà
liesaà
lore
dovéa
podéa
savéa
voréa
lieséa
Futuro indicativo.
ió
dovaréi
podaréi
savaréi
voraréi
liesaréi
tu te
dovaràs
podaràs
savaràs
voraràs
liesaràs
el
dovarà
podarà
savarà
vorarà
ìiesarà
nos
dovarón
podarón
savarón
vorarón
Mesaròli
vos
dovaré
podaré
savaré
voraré
liesaré
lore
dovarà
podarà
savarà
vorarà
Ìiesarà
71
Presente
congiuntivo.
Convién
che
IÓ
déve
póde
sèpe
vóre
liése
tu te
déves
pódes
sèpes
vóres
liéses
el
déve
póde
sèpe
vóre
liése
nos
dovóne
podóne
gavóne
voróne
ìiesóne
vos
dovéde
podéde
savède
voréde
ìleséde
lore
deve
póde
sèpe
vóre
liése
Imperfetto congiuntivo.
Saràe bón
che
ió
dovése
podése savése
vorése
liesése
tu te
dovéses
podéses savéses
voréses
lieséses
el
dovése
podése savése
vorése
liesése
nos
dovasón
podasón savasón
vorasón
liesasón
vos
dovasà
podasà savasà
vorasà
liesasà
lore
dovése
podése savése
vorése
liesése
Presente condizionale.
ió
dovaràe
podaràe savaràe
voraràe
liesaràe
tu te
eccetera come con verbi regolari già coniugati.
Presente imperativo.
Si coniugano
come i verbi regolari. Si usano spesso le peri-
frasi
: per esempio: On da podé nosoutre =
= possiamo
noi , ecc.
Participio passato.
dovù
podù savù
vorù
lièto
dovùda
podùda savùda
vorùda
lièta
Indefinito.
vìve
di’ vegnì
capi
finì
vivere
dire venire
capire
finire
Presente indicativo.
ió
vivo
dìgo viéno
capiselo
féiiì scio
tu ie
vìves
disc viénes
capìsces
fenìsces
el
vive
disc vién
capisce
fenìsce
nos
vi vón
digión vegnón
(intendón)
finón
vos
vivé
digé vegnì
capì
finì
lore
vìve
disc vién
capisce
fenìsce
72
Imperfetto indicativo.
ió
vivée
digée
vegnìe
capie
fenìe
tu te
vivées
digées
vegnìes
capìes
fenìes
el
vivéa
digéa
vegnìa
capta
fenìa
nos
vivaón
digiaón
vegnión
capión
finión
vos
vivaà
digiaà
vegnià
capià
finià
lore
vivéa
digéa
vegnìa
capì a
fenìa
Futuro
indicativo.
ió
vivaréi
digiaréi
vegniréi
capiréi
feniréi
tu te
vivaras
digiaràs
vegniràs
capiràs
fèniràs
el
vi vara
digìarà
vegnirà
capirà
fenirà
nos
vivarón
digiarón
vegnirón
capirón
finirón
vos
vivaré
digiaré
vegniré
capiré
finirà
lore
vivarà
digiarà
vegnirà
capirà
fenirà
Besén che
Presente
congiuntivo.
ió
vìve
dighe
viene
capisce
fenisce
tu te
vi ves
digli es
viénes
capìsces
fenìsces
el
vìve
dighe
vìéne
capisce
fenisce
nos
vivóne
digióne
vegnóne
(intendóne) finóne
vos
vivéde
digéde
vegnìde
capìde
finìde
lore
vive
dighe
viene
capisce
fenisce
Imperfetto congiuntivo.
Saràe nezesario che
ió
vivése
digése
vegnì se
capìse
fenìse
tu ie
vivéses
digéses
vegnìses
capìses
fenìses
el
vivése
digése
vegnìse
capìse
fenìse
nos
vivasón
dìgiasón
vegnisón
capisón
finisón
vos
vivasà
digiasà
vegnisà
capì sa
finisà
lore
vivése
digése
vegnìse
capìse
fenìse
Presente
condizionale.
ió
vivaràe
ecc....
digiaràe
vegniràe
capiràe
feniràe
Presente imperativo.
Come i verbi regolari. Perifrasi. Esempio : Aé da fenì — Finite.
73
Participio passato.
vite
dito
vegnù
capì
fenì
vivùda
dita
vegnùda
capida
ferii da
Indefinito.
tàge
tói
cogi
padì
morì
tacere
togliere
eveire
patire
morire
Presente indicativo.
ió
tflg’io
tòlo
cógio
padiscio
moro
tu te
tàges
tòles
cóges
padisces
móres
el
tàge
tòl
cóge
padìsce
mòre
nos
tagión
tolón
cogión
(on da padì)
morón
vos
tagé
tolé
cogì
padì
morì
lore
tàge
tòl
cóge
padìsce
mòre
Imperfetto indicativo.
ió
tagée
tolée
cogìe
padie
morìe
tu te
tagées
tolées
cogìes
padìes
morìes
el
tagéa
toléa
cogìa
padìa
morìa
nos
tagiaón
tolaón
cogión
padión
morión
vos
tagiaà
tolaà
cogià
padià
moria
ìore
tagéa
toléa
cogìa
padìa
morìa
Futuro indicativo.
ió
tagiaréi
tolaréi
cogiréi
padì rèi
moriréi
tu te
tagìaràs
tolaràs
cogiràs
pacliràs
moriràs
el
tagiarà
tolarà
cogirà
pad irà
morirà
nos
tagiarón
tolarón
eogirón
padirón
morirón
vos
tagiaré
tolaré
cogirè
padiré
morirò
lore
tagiarà
tolarà
cogirà
partirà
morirà
Presente congiuntivo.
ió
tàge
iòle
cóge
padìsce
mòre
tu te
tàges
tóles
cóges
padisces
móres
el
tàge
tòte
cóge
padìsce
mòre
nos
tagióne
telóne
cogióne
padóne
moróne
vos
tagéde
toléde
cogide
padìde
morì de
lore
tàge
tóle
cóge
padìsce
mòre
6 B. Apollonio - Grammatica diaìetto Ampezzano,
74
Imperfetto congiuntivo.
Saràe bón che
ió
tagése
tolése
cogìse
padìse
morì se
tu te
tagéses
toléses
cogìses
padìses
morises
el
tagése
tolése
cogìse
padìse
morìse
nos
tagiasón
tolasón
coglsón
padìsón
morisón
vos
tagiasà
tolasà
cogisà
padisà
morisà
lore
tagése
tolése
cogìse
padìse.
morìse
Presente condizionale.
tagiaràe tolaràe cogiràe padiràe morirà©
eccetera.
Presente imperativo.
Come i verbi regolari. Si usano pure perifrasi. Esempio : T’ as
da tói = Prendi, invece di: Tòl = prendi.
Participio passato.
tagiù tolésc cogì padi morto
tagiùda to lèsta cogì da padìda morta
Osservazioni :
1. Mancando il passato remoto, le irregolarità son poche, tanto
che, tolte alcune voci del presente indicativo e congiuntivo dei verbi
podé, savé, voré ( potere, sapere, volere), si possono considerare
verbi regolari.
2. Il verbo di’ (dire) si coniuga come un verbo di II coniu¬
gazione.
3. Si usano spesso i gerundi: dovendo, podendo, savendo,
liesendo, scrièndo, digèndo, vivendo, che vengono però sostituiti
anche dall’indefinito. Questa forma usasi sempre per gli altri verbi,
per es. : a voré (volendo), inz’el vegnì (venendo), oppure: a vegnì.
4. I verbi di II coniugazione nella I e II pers. pur. dell’ im¬
perfetto indicativo e dell’ imperfetto congiuntivo cambiano la. vocale
caratteristica e in a; per cui: aón, aà; asón, asà: — per es. : licsaón,
liesaà; liesasón, ìiesasà, invece di lieséon, lieseà; liesesón, liesesà.
5. Il verbo felli (finire), nella I e II pers. plur. di tutti i tempi,
riacquista la vocale i della radice del verbo finire.
75
Esempi :
A sto modo ea no finon pi.
Lascion là intanto, che finirò»
ben doman.
Ra finiré ben ’na òta con duta
sta ciàcoles!
Finirà, via, anche vosoutre!
Finónelo stasera, parcé che do¬
man el vegnirà a sei tóì.
In questo modo non finiamo più.
J,asciani lì intanto , che finiremo
ben domani.
La finirete ben una volta con
tutte queste ciarle!
Finitela , via, anche voi altri!
Finiamolo stasera, perchè doma¬
ni verrà a prenderselo.
6. Strano è nell’ imperativo 1’ uso del verbo tàge = tacere
nel senso di: star fermo, finirla, smettere. Se per es. un bambino,
giocando o liticando, viene stuzzicato da un altro, o colle mani o
con qualche oggetto, bastone od altro, per dirgli che smetta, oltre
il verbo: feni = finire , usa pure il verbo: tàge = lacere : .—
Fenìscera! o Tàge!
VERBI RIFLESSIVI
se peni
se desmenteà
se record ti
se lava
pentirsi
dimenticarsi
ricordarsi
lavarsi
se diverti
sin tuói; tóisin
sin zi; zisìn
se cambiti
divertirsi
togliersene
andarsene
cambiarsi
Presente indicativo.
Io me pénto
Tu te te péntes
El se pénte
Nos se pento n
Vos ve penti
Lore i se pénte
Futuro semplice.
me pentiréi
te te pentiràs
el se pentirà
se pentirón
ve pentirà
se pentirà
Presente congiuntivo.
Besén
... che io mé recorde
.. che tu te te recòrdes
... che el se recorde
... che nos se recordóne
... che vos ve recordàde
... che lore i se recorde
Presente condizionale.
Io min tolaràe, se .. . ( prenderei )
Tu te tin tolaràes, se ...
El sin tolaràe, se ...
Nos sin tolasón. se ...
Vos viti tolasà, se ...
[.ore sin tolaràe, se...
76
Presente
Vàtin {vattene )
Ch’el sin vade; sin vade el
Zósin
Zivin
Ch’ i sin vade; sin vade lore
Altri esempi :
Càmbiete (camMali)
Ch 1 el se sfèrze; se sfèrze el
Betèse ( meniamo ci)
Descedàe fóra ( svegliatevi )
Ch' i s'impianie lóre
imperativo.
.No Un va: no sfa, a ti n. zi.
Gli’ él no sin va; ir:
No sin zòne; no stagión a sin zi.
No vin zide; no stagéde a vin zi.
Ch’ i no sin vade!
No te cambia; no sta a te cambià.
Ch’el no sé sfèrze.
No.se betòn.;, no stagión a se bète.
No ve descedàde; no stagéde a
ve descedà.
Ch’ i no s’impiante lore!
Osservazioni :
1. Nell’ indefinito le particelle riflessive si antepongono al
verbo. (Vedi osservazione 22; pag. 47).
2. Notisi la ripetizione dei pronomi, specialmente nella II per¬
sona singolare.
3. Riguardo al pronome ne. (Vedi osservazione 20; pag. 45).
4. I pronomi di forma congiuntiva delia I pers. plurale: ci,
ce, vengono sostituiti, come avviene in altri dialetti, dalle forme:
se, si.
Esempi :
Nosoutre se podón lagna e con región de sto travamento.
■Voi ci possiamo lagnare e con ragione di questo trattamento.
Can che ’l è suzedù chel fato, nosoutre sin seèn ormai zùde. •
Quando successe quel fatto, noi ce ne eravamo già andati.
In iscuola è necessario che il maestro insista molto per abituare
1’ orecchio degli alunni a usare ci invece di sì, affinchè non incor¬
rano nel solito errore di dire o di scrivere per es. :
In quella circostanza si siamo veduti anche noi.
Dobbiamo abituarsi ad essere sempre cortesi con tutti.
Oggi si vestiremo da festa.
77
5. La desinenza dei verbi di I coniugazione nella II persona
singolare del presente imperativo cambia la vocale caratteristica
a in e. Invece di: cambiati, dicesi: càmbiete; invece di: lavati,
dtcesi: làvete.
6. Nella I persona plurale rii tutti i verbi riflessivi del presente
imper., se si unisce il pronome riflessivo al verbo, la voce di questo
perde 1’ n, e dicesi : — cambióse, spartóse... e non cambionse,
spartonse.
Esempi :
Cambióse aiòlo de eiamesa, par- Cambiamoci subito di camìcia
cé che son dute sudarle. perché slatti tutti sudati.
Spartóse fra de nosutre sta roba. S'partiamoci fra noi questa roba.
7. Alquanto strane appariscono le voci del verbo : zisin, sin zi.
Esempi :
E1 sin é zìi.
L’é da sin zi aiòlo.
Zósin insieme.
Zìvin !
Egli se n' è andato.
Bisogna andarsene subito.
Andiamocene assieme.
Andatevene!
8. Nei tempi composti qualche volta usasi anche l’ausi¬
liare avere.
Esempio :
S’ aése fato tanto susuro come che Se avessi fatto tanto strepito co¬
te disc tu, i s’ aaràe ben descedà. me dici tu, si sarebbero ben
svegliati.
I VERBI NELLE PROPOSIZIONI INTERROGATIVE
Presente indicativo.
èse (essere)
aé
Ce sóne io?
C’ èbe?
Ci sósto tu?
Ce àsto?
Gì éìo el?
Ce àio?
Ci sóne nós?
Ce óne?
Ci séo vós?
Ce aéo?
Ci éi lore?
Ce ai?
pensi
Ce pénse?
pronunziai Ciàsto?
Ce pénsesto?
pron Ciàlo?
Ce pénselo?
pron Clóne?
Ce pensóne?
pron, ; Ciaéo ?
Ce pensào?
pron,x Oìài?
Ce pénsi?
78
voré (dove
Ce vóre? Agnò
Ce vósto? »
Ce vólo? »
Ce voróne? »
Ce voréo? »
Ce vói? »
andare?)
féi (fare)
vade?
Ce fège?
vasto?
Ce fèsto?
vàio?
Ce fègelo?
zone?
Ce fegióne?
zìo?
Ce fegéo?
vài?
Ce fègi?
Osservazioni :
1. Qual differenza tra le voci affermative e le interrogative!
2. Strana è la voce èbe della I persona singolare, che è eguale
a quella del presente congiuntivo. E' questa la ragione per cui l’arn-
pezzano, volendo parlare in lingua, dice: — Che cosa abbia? Che
cosa abbia fatto? invece di dire: Che cosa ho? Che cosa ho fatto?
3. La voce sóne del verbo essere è comune per la I pers. sing.
e I pers. plurale.
4. Nelle interrogazioni non si usano mai le forme ripetute dei
pronomi : te, ’l, i.
Spesso i pronomi vengono anche omessi.
Imperfetto indicativo.
Sèe io?
Avée io?
Ce pensée?
Sèesto tu?
Ce aéesto tu?
Ce pensàesto?
pron Claéesto
Èelo el?
Avéelo eì?
Ce pensàelo?
Seóne nos?
Aveóne nos?
Ce pensaóne?
SeÈio vos?
Ce aveào vos?
Ce pensano?
proli.: Ciaveào
fìi lore?
Avéi lore?
Ce pensili?
Ce vorée?
Agnó zìe?
Ce fegée?
Ce voréesto?
» ziesto?
Ce fegéesto?
Ce vorèelo?
» zìelo?
Ce digéeìo?
Ce voraóne?
» zióne?
Ce fegiaóne?
Ce voraào?
» ziào?
Ce digiaào?
Ce voréi?
» zìi?
Ce fegéi?
Osservazioni :
i. La voce della I
pers* sing. dell’ imp.
ind. è eguale per tutti
i verbi a quella della forma enunciativa.
79
2. Nella III pers. sing. le desinenze aa, éa ia della forma
enunciativa si cambiano in àe, óe, ie, coll’ aggiunta della sillaba
lo come nel presente.
Esempi :
E1 louràa.
E1 fegéa.
E1 se vestìa.
Louràelo el?
Fegéelo el?
Se vestìelo el?
3. La prima vocale della desinenza della III pers. plur, si
pronuncia lunga: avé...i; pensa...i; fegé...i: e per maggior chia¬
rezza sarebbe meglio scrivere queste tre voci con un accento circon-
' invece dell’ accento acuto : —
avéi, pensai, fegèi,
■o indicativo.
Sarèi ió?...
Aaréi,
louraréi,
voréi.
Saràsto tu?...
Aaràsto,
louraràsto,
voràsto,
Saràlo el?...
Aaràlo,
louraràlo,
louraróne,
voràlo,
Saróne nós?...
Aaróne,
voraróne
Saréo vós?...
Aaréo,
louraréo,
voraréo,
Sarai lore?...
Aarài, ''
lourarài,
vorarài,
agnó ziréi,
» ziràsto,
ce faréi,
diréi io?
ce faràsto, ,
diràsto tu?
» ziràlo,
ce faralo,
diràlo el?
» ziróne,
ce faro ne,
diróne nós?
» ziréo,
ce faréo,
diréo vós?
» zirài,
ce farai,
dirài lore?
Osservazioni :
1. Anche in questo tempo le aggiunte alle voci della forma
enunciativa son le medesime: to, Io, e, o, i; soltanto nella I pers.
sing. non c’ è alcun cambiamento : p. es. Ió aaréi fastidie. — Aaréi
ió fastidie, ... ?
2. Le stesse osservazioni valgono anche per il condizionale pre¬
sente: Saràe io? saràesto tu? saràelo el? fosasóne nós? fosasiio vos?
sarai lo re? Da notarsi che nel condizionale presente la voce della
III pers. plur. è eguale a quella del futuro; la vocale accentata viene
però pronunziata più lunga.
Zirài ìore?
Sarai lore?
Lourarài ìore?
Ce farai Ìore?
Ce dirài ìore?
andranno"}
saranno ?
lavoreranno}
che faranno ?
che diranno?
Zirài lore?
Sarai lore?
Lourarài lore?
Ce farai lore?
Ce dirài lore?
andrebbero essi?
sarebbero essi ?
lavorerebbero essi?
che farebbero essi?
che direbbero essi?
Quantunque, per ehi ha già un po’ di conoscenza del dialetto,
non sia necessario, pure sarebbe ben fatto porre anche qui un
accento circonflesso, invece dell’ accento grave sulla vocale a accen¬
tata della proposizione interrogativa nel condizionale presente, per
distinguerla dalla proposizione interrogativa nel futuro. Vedi i
suesposti esempi, e confronta le voci dell' imperfetto indicativo,
3; pag. 79.
VERBI IMPERSONALI
Essi non hanno che la III pers. sing. senza soggetto espresso;
però quelli specialmente che indicano fenomeni celesti, vanno accom¬
pagnati dal pronome el. Riguardo ai pronomi pleonastici lo e la
apostrofati : L’ 1’. — Vedi esempi : Osservaz. 4 sull’ uso dei pro¬
nomi, pag. 44.
Esempi :
EL pióe
El tonéa
El lampizéa
El pioveginàa
El gneegàa
Suzéde
Importa
piove
tuona
lampeggia
piovigginava
fiancava
succede
■imporla
el tira da redós
el tira da vento
el lustra fóra
el scurisce
el saetàa
rincresce
spèta
tira vento da sud
tira vento da nord
schiarisce
annotta
saettava
rincresce
spetta
Esempi :
Suzéde che chel che zérca d’im-
broià ì òutre, tanta òtes el s’im-
bròia el.
L’ èa un tempo che fegéa paura:
el saetàa, el tonàa, ra vegnìa
zò come cordes e po’ 1’ a fenì
con ’na tempestada.
I rincresce a dute che a che! brào
òn i sée suzedù eh era burta
disgrazia.
Succede che colui che cerca d'im¬
brogliare gli altri, molte volte
imbroglia se stesso.
Era un tempo che faceva paura :
saettava, tuonava, pioveva a
catinelle e poi finì con una
grandinata.
Rincresce a lutti che a quel bra-
v' uomo sia successa quella
brutta disgrazia.
Si
Ce t’importa a ti?
I speta a el a giudicà.
A ci i tócelo féi chesto laóro?
1 tocia a el.
El gionfedaa tanto che i pize dei
viìàge pi lontane i a bu da zi
a s 1 i tói.
El sventàa eh’ el te portàa par
aria.
Che (' importa ?
Spelta a lui giudicare.
A chi tocca far questo lavoro ?
Tocca a lui.
Cf era mia tormenta così forte che
gli scolari dei villaggi più lon¬
tani dovettero andare a pren¬
derseli.
Soffiava un vento che li portava
per aria.
ESEMPIO DI PARLATA AMPEZZANA,
il quale varrà non solo a confermare le singole osservazioni fatte
sull* uso delle voci dei verbi, ma ben anco a far vedere la pratica
applicazione di tutte le parti del discorso.
Imaginóse che sée ormai ’na zinquantina d’anes che ’n ampe-
zan T èa fora del paés; e sicome el s’ a podù féi ’na bela posizión,
un bel dì a r’insaputa el capita a Cortina, El no conósce quagi pi
negfm; el no s’ a però desmentéà el sò dialèto, e parlando con un
e con chel’ òutro el vién a saé tanta ròbes. El resta incanta a vede
el gran cambiamento che r’ a fato Cortina con tante alberghe e con
tanta ciasa nóes che i a fabricà. El no lenisce pi de loda i sò com-
patriotes eh’ i a savù féi da so posta e i a sempre lourà de bon
saó, a svilupà un’ industria che ra i dà da vive a duto el paés, se
pó di’ : r‘ industria del concorso dei forestière. ’L a po’ vedù che
i é stade anche bòi de tegnì òuto el gnòn d’Ampezo par chel che
riguarda tante outre laóre, spezialmente chi da falegname, e, in
forza de ra scora industriale, anche chi pi delicate e piés de bon
gusto artistego, d’intarsio e de fèr batù.
E ce bela stràdes par doto! e finamài ( persino ) el tran eletrico
da r’ Anténa (Dobbiaco) a Pieve e rà teleferica che inze pòche me-
nute ra te por hi par aria su in Crèpa!
Ma — ’l é costreto a di’ — dute ste bièi cambiamente i no
saràe mìa ancora, se no fose sta ra guèra, che insieme a ra reden-
zión, ra i a dà al paés anche un òutro indirizo in tanta robes.
82
L’é da pensa eh’el non èbe spietà, tanto anche a zi a féi ’na
visita al porteà, parcé che I’ aarà anche el tante parentes e cono-
scentes inze chéra tera benedeta. Anche la ’na roba nova: el porteà
al dopio pi gran e pi bel co r’ entrata a setentrión vès el ciampanin
e con una capèla nóa 1 ). E là., pòco pi in da lónze {più lontano), ce
védelo? ’na gran piaza, agnó eh’ i tèse ogni sorta de divertimente
par i forestiere, d’istade e d’inverno; inze mèzo Revis (n. loc.) ra
scòra industriale, propio inze chel isteso posto agnó eh’ el se recorda
che 1’ èa ra ciaseta del bersaglio.
El resta però desgustà de ’na roba. Inze piaza, che adès ra
porta el bel gnón de piaza Roma, el vede ch’i a ancora ra scora
vèces, eh era ciasóna agnó che 1’ a impara anche el 1’ abezé, che a
chi tempe 1’ èa ’na bela ciasa, ma che adès no ra coresponde pi.
El se volta a chi dói che 1! èa con el e ’l i disc : — « Duto bel, duto
bón; ma, benedéte, cà non aé fato nuia! El paés, col svilupo che
’1 a ciapà, ’l a bisòin d' un fabricato nóo pa ra scòres, betù inze
’na bela posizión, agnó che non é disturbe de negùna sorte e che
non é pericolo che ra faméa ( nome coll. — fanciulli) viéne rovinàda
da calche automobile: ’l a da èse gran, pien de aria, pian de luze,
e ’l a d’ aé duto chel che sta ben pa ra polizìa e pa ra salute. Ra
scòres, se se vo ch’ i pìze {fanciulli) i vade inze vorentiéra, eh’ ì
staghe là con amor e ch’i viene istruide e educade polito {bene),
es a da èse par lore un paradìs. Anche bèles, sci; senza gran luso,
ma bèles e inze mézo a un bel piazàl zircondà da brasciói ( alberi )
e da ères ( aiuole ) piénes de tante biéi fiore, agnó ché ra faméa pó
sontìi e giambordì {divertirsi movendosi ) e féi anche ginastica coi só
maestre. Io éi stà da tanta bandes e éi vedà pi d’ un paés, tanto
pi indilo del nòsc, ma che però dule i aéa.scora supèrbes». — Aé
región da vénde, ma vó èse tante sòde — i digéa chi outre dói —
par féi duta sta ròbes! — « Ah quanta par i sòde! sòde gin n’ é ben; e
Ampezo el no se farà zèrto vardà drio a spende chel che vó èse par
abelì ancora de pi Cortina con un fabricato scolastico eh’ el i fège
dì’ ai forestiere: — Se vede che i Ampezane i pensa polito anche
par istruzión e pa r’ educazión d’i sò fiói. Brave! — Inze sta scora
nóes saràe ben fato che fóse betù in atività una bela biblioteca no
soltanto par i pìze da scora, ma pa ra zoventù e par dute; ma 1’ é
*) Progetto dell’ ing. Giulio Apollonio.
sa
da sta atente che i libre i sée dute biéi e spezialmente bòi. I libre
i pó féi tanto del ben, ina anche tanto del mal, s’i non é stade scrite
con bòi prinzipie morale e religióse». — «Riguardo po’ a ra ciasa
vecia, co 1’ andamento d’ ancuoi inz’ el paes, rf a sempre un gran
valor; e i industriantes d’Ampezo, za che r’ é in vendita, i non aaràe
da se lascià scampà sta bona ocasion e i doaràe ciapà inze lore con
coragio : compràra, ingrandì a pianteren r’ Esposizion dei so bìei
ladre, e ridùge chi outre pianes in quartiere còmode, eh’ i saràe
de gelosìa, parcé che a Cortina 1’ é scarseza de abitazìós; opura féi
locai par outre scope. Ce ve par? »
— Son d’ acordo, ma 1’ è sempre oliera malignala quistion d’i
sode che fèsc paura.
— « Coragio vó òse e po’ ra va sci : e i non aaràe zerto da
se pentì ».
Cosci ciacolando i é ruade ( arrivali ) davante ra ciasa de chi
de Tomàsc che r’ a su ra fazada de mezodì e de levante duta chera
bela pitures i) 2 ). Chel ampezan el non a podù féi de manco de se ferrnà
’na fre’ a ’s vardà con gusto; ma, a vede che ca e là es scemenza a
se scrosta, — « ce pecà » — ’l a dito — « eh’ es viene cosci trascu-
rades! Roba d’ arte in Ampezo, a di’ ra verità, ghi n’ on poca, ma,
chera che 1’ é, se é in dover de ra conserva. A proposito de roba
d’arte éi vedù ina roba nóa inze gegia de ra Madona: un taber¬
nacolo fato anche da ’n ampezan, dal vecio Nert 3 }, che ió éi cono¬
sciti polito. ’L èa un bon on; el s’intendéa par duto; e par ’na roba
o par outra, cari eh’ i se vedéa ’na fre’ intrigade, dute i zia
dal Nert».
Duto chel che 1’ é sta dito da sto ampezan, vegnù dapó tante
anes ci sa da agnó, e duta r’ oservaziós eh ei betù zò ió, aara bastà,
credo, a féi capì che el dialeto ampezan, se ’l a — 1’ é véro — anche
inz’ i verbe de ra paròles ’na fre’ durétes, el non é pó tanto difizile
come che se credaràe de primo entro.
i) Casa Ghcdina, Presentemente casa Mayer.
■ ì ) Età dell’uomo dalla fanciullezza alla decrepitezza, arti belle e
meccanica. Son del pittore Giuseppe Ghedìna, morto verso la "fine del
secolo scorso, che lasciò altri lavori di gran pregio artistico in Ampezzo
e altrove.
a) Angelo Apollonio Nert, intagliatore e indoratore, morto di 78
anni nel 1898.
84
H AVVERBI
Avverbi semplici e avverbi composti o modi avverbiali.
1. Avverbi di affermazione*
sci, ai
zèrto
de zèrto
par zerto
certamente
de zèrto e
de segùro
si
certo
dì certo
dì certo
certamente
segùro
de segùro
senz* o utro
sicuro
dì sicuro
senz 1 altro
senza dubio senza dubbio
di certo e di sicuro segtiramente sicuramente
pròpio
senza falò
mangàre
in fati
defato
Esempi :
Sci, sci; vieno de segùro*
Te pós sta zerto che ió no parlo
con negùn.
Sósto stà a mesa e ci élo sta a
predici# — Sci, son stà a mesa
de res oto e 1 é stà T pioàn
a predicà.
No saràelo stà mèo che te fóses
vegnù anche tu? — Mangàre!
che no me saràe suzedù chel
borio afàr.
■ proprio
senza fallo
magari
infatti
difatto
Sì, sì: vengo sicuramente ,
Tu puoi star certo ch'io non
parlo con nessuno.
Sei stato alla messa e chi è stato
a predicare? ■— Sì, sono stato
alla messa delle otto ed è stato
il parroco a predicare ,
Non sarebbe stato meglio che fos¬
si venuto anche tu? —- Magari!
che non mi sarebbe successo
quel brutto affare.
Osservazione :
L’avverbio sì della lingua, in bocca all 1 ampezzanò, ha un
suono aspro marcatamente sibilante.
2, Avverbi di negazione*
nò
nó
non
mìa
par nòia
no
non
non
mica
per nulla
gnénte afato
gnanche par idèa
gnanche da vede
gnanche par insogno
gnanche par nòia
niente affatto
neanche per idea
neanche per idea
?iemmen per sogno
per nulla affatto
85
Esempi :
Io no son gnente afato persuaso
che r’ al egre za de ra zen te catta
ra sée sfnzéra.
Azétesto sta condizios? — Gnan=
che par insogno! Ce te pen-
sesto?
No voi insavé de tanta monades!
Ra non a ancora parecià da sòlar.
E1 no sin va pi a ciasa chel pan-
dòlo.
Can che '1 s’a betù a pióe, es
non aéa ancora fenì de sturtà
sù l’outigói. J )
No t’ as mìa tempo da bicià via.
I no vo feì giudizio chi là.
Non sono niente affatto persuaso
che Vallegrezza dei malvagi sìa
sincera.
Accetti queste condizioni? —
Nemmen per sogno. Che cosa
pensi?
Non voglio saperne dì tante scioc¬
chezze!
Non ha ancora preparata la co¬
lazione.
Non se ne va più a casa quel
macacco.
Quando cominciò a piovere , non
avevano ancor finito di racco¬
gliere il fieno.
Non hai tempo da gettar via.
Quei là non vogliono far giudìzio.
Osservazione :
In alcuni di questi esempi vedesi che, se. 1’ avverbio nó (non)
è seguito da una parola che incomincia per vocale, si pronunzia
colla forma intera : non.
3. Avverbi di dubbio.
se, se mai; fòsc {forse), zirea, a F inzirca, provabilmente, près
a pòco, a un di prèso, posibilmente.
Esempi :
Zi da lore che fase ve podé com¬
binò.
Son zùde a ra fièra de Burnéco e
ón mena a ciasa zirca trenta
bèsties.
Se mai el vegnìse, di’ cb’el me
spiéte.
— Pres a poco ce diràesto che ra
pó varé sta mobilia?
— Eh, r’ è de ziérmo! Se pódaràe
otri a F inzirca 180 Lires.
.A ndate da loro che forse potrete
combinarvi.
Siamo andati alla fiera di Jìrv-
nfco e abbiam. condotto a casa
circa trenta animali.
Se mai venisse, di' che m? aspetti.
- Quanto diresti che può valere
pressappoco questa mobilia?
— Eh, è dì cirmolo! Si potrebbe¬
ro offrire all' incirca 180 Lire.
>) autigoì - secondo fieno.
86
4. Avverbi di luogo.
ca qui
casù quassù
cazò quaggiù
caìnze qua dentro
càfòra qui fuori
su su
su òuto su in alto
drìo dietro
là inze là dentro
là fòri là fuori
par de là per di là
inze là là dentro
fòra fuori
a neó in nessun luogo
agnó dove
intrà frammezzo
Esempi :
Stàtin caìnze.
Tìrete pi pède.
Agnó vasto? — Agnó che vói.
R’ éi betùda in pó fornài che ra
se sùie fòra.
Al dì d’ ancuói ra nostra zoventù
ra viaza tanto : zerta tóses es
va in dalonze, finamai in In-
ghiltera e anche in America
par s’imparà V inglese eh’ el
i va tanto ben, can eh’ es toma
in ca a lourà inz’ un hotel o
inze calche famiglia de sci óre.
Chel pór sciór tedesco a vegnì zò
da ra eroda ’1 é tomà propio là
in tra i crèpe e 1 s’ a copà.
El ’1 a da sta cainze a lourà e
tu t-’as da zi là fora.
par de ca
per di qui
ca e là
qua e là
là
là
lasù
lassù
lazo
laggiù
zò
già
zò bas
già basso
tra
tra
pède
v ir ino
da vegìn
da vicino
so te
sotto
soia
sopra
d avente
davanti
daòs
di dietro
pó
dietro
in pó
dietro
Staitene qua dentro.
Fatti più vicino.
Dove, vai? — Dove voglio.
L' ho messa dietro il fornello per¬
chè $’ asciughi.
Al giorno d' oggi la nostra gio¬
ventù viaggia molto : certe ra¬
gazze vanno lontano, persino
in Inghilterra e anche in Ame¬
rica per apprendere V inglese
che torna loro tanto utile,
quando ritornano a. lavorare in
un albergo o presso qualche
famìglia di signori.
Quel povero signore tedesco di¬
scendendo dalla montagna, cad¬
de proprio tra le rocce e s'uccise.
Egli deve star qui a lavorare e
tu devi andare là fuori.
Osservazione :
In Ampezzo c’è qualche nome locale composto d’un nome e
dell’ avverbio pó = dietro; p. es. :
Pocòl — dietro il colle; Pomagagnón = dietro la magagna,
luogo paludoso una volta; Potór = dietro la torre.
5. Avverbi di tempo.
adès adesso
ora presente al presente
ancuói o aricói oggi
al di W ancuói ài giorno d * oggi
ignante prima
’na fre* ignante un po' prima
aiòlo l ) subito
ancói otto oggi a otto
ancói eh'mese oggi a quìndici
ean quando
có quando
sempre sempre
dinprin = dé in prin d’in prin
Esempi :
Pósto vegni aiòlo o viesto pi tar=
de ? — Viéno aiòlo.
Besén che vade eh 1 i me spi età;
sanin dapò.
Davantiére el stagéa mài, anséra
*na fre s mèo, ancuói el par
eh 1 el sée fòra de pericolo.
da qui a mi po'
domani
posdomani
ieri
a cantieri, ter V altro
ieri sera
V indomani
allora
tardi
dopo
buon 1 ora
per tempo
Puoi venir subito o vieni piò tar¬
di? — Vengo subito.
Bisogna che vada chè né aspet¬
tano; fi sai?/lo (vi saluto),
ler r altro slava male , ieri sera
un po' meglio, oggi sembra
fuori di pericolo.
ca de T na fre'
domàn
daòsdomàn
agnére
davantiére
anserà
da P indoman
alóra
tarde
dapò
bonóra
par tempo
dapprima
5. Altri avverbi di tempo.
mentre mentre
de continuo di continuo
intanto intanto
*na òta una volta
calcile òta qualche volta
quanta òtes quante volte
de ra òtes alle volte
el pi de ra òtes il più delle volte
za già
za e za poco tempo fa
a ra fin alla fine
Esempi :
In chera eh 1 el voréa parli, *1 é
toma zò bas eie resta morto.
in chera
mai
finalmente
de spés
ogni tanto
vota par vota
de raro
rara òtes
oramai
a ra lunga
za tempo
in quella
mai
finalmente
di spesso
ogni tanto
volta per volta
dì raro , dì rado
rare volle
ormai
alla lunga
tempo fa
In quella (mentre) che voleva
parlare T cadde a terra e restò
morto .
x ) Qual mai sarà V etimologia di questa parola?
88
Inze cherii burta zircostanza, ora
chesto ora chel emiro, vegnìa
sempre calchedun a me do¬
manda ùlgo.
Có no te vós vegnì, ziréi solo.
Có te digo ió, te pós sta’ segùro!
Za e za el paréa eh’el sin zìse
coi pès in su.
De ra òtes, no se sa mai!...
In livella brutta circostanza, ora
questo ora quell' altro, veniva
sempre qualcheduno a doman¬
darmi qualche cosa.
Qualora tu non voglia venire,
andrò solo.
Quando te lo dico io, puoi star
sicuro.
Tempo fa pareva eh' egli fallisse.
Alle volte , non si sa mai!...
Osservazione :
Per indicare l’ora precisa si usa la preposizione da e non a.
(Vedi osserv. 6 sulle prep. artic. pag. 16).
Esempi ;
Da ce ora rùelo coi cavai?
Darcs oto, credo.
Da ce ora sòni mesa prima?
D’inverno dares sié; d’istade
dàres zinche.
A che ora arriva coi cavalli?
Alle otto , credo.
A che ora suonano la prima
messa?
D'inverno alle sei; V estate alle
cinque.
6. Avverbi di quantità.
tropo
frappo
solo
solo
pi
pii/.
solamente solamenfe
ou irò tanto altrettanto
manco
meno y mancò
soltanto
solfatilo
parte parte
’na fre’
un po'
ancora
ancora
in parte in parte
’na gota po'
(per liquidi)
tanto
tanfo
gran parte gran parte
masa
frappo
quasi
quasi
ra pi part eia maggior
parte
aséi
ah bastanza
a boatóri
a bizzeffe
del duto del tutto
Osservazione :
L’avverbio ’na fre’ ( briciola ) vale per corpi solidi; ’na gota
(goccia), per corpi liquidi.
Esempi :
Gì che pi magna, manco magna. Chi più mangia, manco mangia.
Chel fioléto ’l é ben tropo invizià! Quel figlioletlo è ben troppo invi¬
zialo!
89
’L é bón sto vin; damin ’na gota
de pi.
Te préo, va ’na fre’ pi pian, par-
cé che stento a caminà.
’L é ’na fre’ furiós, ma òutrotam
to pi bon del sò compàin.
No in vói pi: ghin éi magnà aséi.
I porta inze ra roba a boatón inze
eh era ciasa.
No én fora nuia de chel là : ’ì é
del duto senza inzégno.
L’ èa bel stà con lo re; soltanto
eh’ i éa ’na fre’ masa capri-
zióse.
Ve préo, mare, dagéme ancora
doi o tre carafoi, *) eh’ i me sa
tanto bòi.
L’ a guadagna tante sode, ma in
gran parte el i a consumade,
parche ’l é sia tanto digrazià,
Chel là ’l é ’n brào artegian, ma
so fardèl ’l é ancora p) brao.
E' buono questo vino; dammene
un po' di più.
Ti prego, va' un po' adagio, per¬
chè stento a camminare.
E’ un po' furioso , ma altrettanto
più buono del suo compagno.
Non ne voglio più : ne ho man¬
giato abbastanza.
In quella casa porlan dentro la
roba a bizzeffe.
Di quello Vi non vien fuori nulla :
è del tutto senza ingegno.
Era bello star con loro; soltanto
erano un po' troppo capricciosi.
Vi prego , mamma , datemi ancora
due o tre frittelle, che mi piac¬
ciono tanto.
Ha guadagnato tanti denari, ma
in gran parte li ha consumati,
perchè è stato tanto disgraziato.
Quello lì è un bravo artigiano,
ma suo fratello è ancora più
bravo!
7. Avverbi di modo, di ordine e di eiezione.
cosci
come
cemódo s )
siccome
de bon saó
apòsta
debàn
zertamente
a ra taliana
a ra pi desperada
drio man
anzi
così
come
come; in che modo
siccome
di buona lena
apposta
gratuitamente
certamente
all' italiana
alla più disperata
man mano
anzi
1 ) Dal tedesco Krapfen. Nel dialetto trentino: grostoi.
2 ) Nelle interrogazioni si usa l’avverbio : cemódo, composto di :
ce modo, forma ellittica di : in ce mòdo - in che modo. — Cemódo si
pronunzia coll’ ó chiuso; in ce mòdo coll’ ò aperto.
7 B, Apollonio - Grammatica dialetto Ampezzano „
90
bén
bene
bòna bòna
buono buono
mal
male
vorentiéra
volentieri
bón
buono
de bòna vóia
di buona voglia
da me posta
da mia posta
a sanfasciòn
alla rinfusa
a ra bòna
alla buona
de buriàda
in fretta
a ra morlàca
alla carlona
in malóra
alla malora
fazilmente
facilmente
a r’ ampezana
aW ampczzana
a ra tedesca
alla tedesca
a ra vècia
alla vecchia
a ra mèo
alla meglio
a ra pèzo
alla peggio
'ita fre’ a ra
òta un po' alla volta
malamente
malamente
de scondón
un co T outro
di nascosto, di
straforo
vicendevolmente
pitòsc
piuttosto
Esempi:
Ce pòco orditi che I* a cliel mar-
zòco: l ) el bicia là duto a ra
sanfasciòn. 2 )
Séo zùde ben st’ an co ra cam¬
pagna? — Col fén e col grano
non è sta mal, ma i pestorte i
a bicià pòco.
In tanta róbes I’é mèo zi a ra
vecia.
El tende là Tita : el sin va tlrio
man e con órdin, e èl finisce i
so laóre mèo de chi óutre.
Quanta òtes non àio lourà debàn
par chi ingrate!
Pitòsc che spende ì sode mala¬
mente, 1’ é mèo féi carità.
Inze chera famiglia va duto à ra
pèzo.
Che poco ordine che ha quel ra-
gazzo; bulla tulio là alla rin¬
fusa.
Siete andati bene quest ’ anno col¬
la campagna? — Col fieno e col
grano non c' è stalo male, ma
le patate kart, fruttato poco.
In tante cose è meglio andare
alla vecchia.
Ballista è assiduo; fa una cosa
dopo V altra e con ordine, e
finisce i suoi lavori meglio de¬
gli altri.
Quante volte non ha egli lavorato
gratuitamente per quegl' in¬
grati!
Piuttosto che sprecare il denaro,
è meglio far carità.
In quella famiglia va tutto alla
paggio.
- Bori dì; cemódo vara?
- Ben, grazie. E tu cemódo te
ra pàsesto?
- Eh, non é mal. E cemódo fe-
gióne riguardo a chel afar?
— Buon giorno. Come stai?
— Bene, grazie. E tu come te la
passi?
— Eh, non c' è male. E come
facciamo riguardo a quell' af¬
fare?
’) marzóco-. uomo grande e grosso, ma buono a nulla.
-) Dal francese: — sans facon.
91
— Cemódo ? L’ é da discóre sun
chera roba! Se ciatarón n’ ou-
tra ota. Adès besén che vade.
San in dapò.
— Te saludo. Son intendude!
~ Come? C' è da discorrere su
quella cosa. Ci troveremo un'al¬
tra volta. Ora devo andare.
,4 ddio.
- Ti saluto. Siamo intesi.
1. Osservazione. — Il comparativo degli avverbi si fa cogli
avverbi pi e manco.
Esempi :
In generai ra pìzores es impara
a liése pi presto e pi ben d’i
pìze.
E1 T é manco intriga de te.
In generale le ragazze imparano
a leggere più presto e più bene
dei ragazzi.
Egli è meno impaccialo di te.
2. Osservazione. • — Oli avverbi: ben, mal fanno nel com¬
parativo: mèo, pèzo.
Esempi :
Elo de mèo tò pare? — E1 sta Sta meglio tuo padre? — Sta ben
ben mèo, grazie; ma chel por meglio, grazie; ma quel povero
Tàno inveze ’ì é de pèzo. Gaetano invece sta peggio.
Succede spesso che gli alunni, volendo esprimersi in buona
lingua, dicono, p. es., traducendo letteralmente dall’ampezzano :
— Oggi mio fratello è di meglio (T é de mèo) ; mio nonno invece è
di peggio (r’é de pèzo). — Un poco di meglio, signor maestro!...
3. Osservazione. — Le frasi : mettere tutto a soqquadro; far
disordine; diportarsi male; l’ampezzano le esprime così: — féi
duto ’n registro.
Esempi :
L’é duto un registro inze sta
stùa!
Chi pize i a fato duto hi registro
inze orto!
Agnére che I’ èa festa chi tóse i
a fato duto un registro. Ver¬
gogna!
Ce registro 1 No se sa agno empii
inze a féi 'na fre’ de ordin.
E' tutto a soqquadro in quella
stufa.
Quei ragazzi han fatto un gran
disordine nell' orlo .
Ieri cIr era festa quei giovani si
son diportati male. Vergogna!
Che disordineI Non si sa dove co-
mmkiare a fare un po' di ordine.
92
I PREPOSIZIONI
1. Preposizioni semplici:
de a da in inze con par su fra tra
2. Preposizioni articolate. (Se n’ è parlato a pag. 15).
3. Altre preposizioni, che di lor natura sono avverbi o modi
avverbiali :
contro sora inze davante daòs prima derimpèto
fora davegin pède (vietilo), vès o verso de faza,
Esempi :
Ra sin é zuda fora de camera
propio inze sto momento.
Me fidi el vegnirà vès ra metà
del més che vien.
Zón incontro a pare che ’1 a da
ruà da bdsco con ’na liósa de
légnes.
Derimpèto a ra me ciasa i a
fabricà un gran albergo.
Chera fémena ra s’a scentà pède
mare e ra i a contà ra sò
pasids.
Son zu in portiscidn e davante
a me l’éa che! che portàa el
confardn.
E' uscita dì camera proprio in
questo momento.
Mio figlio verrà verso la metà
del mese venturo.
Andiamo incontro al papà che
deve arrivare dal bosco con
una slitta di legna.
Dirimpetto alla mia casa han
fabbricato un grand' albergo.
Quella donna si sedette presso
la mamma e le raccontò le sue
passioni.
Andai in processione e davanti
a me c' era quello che portava
il gonfalone.
Osservazione :
Queste parole che indicano relazione van accompagnate sovente
da preposizioni semplici : — verso de; derimpeio a; incontro a;
sora de; ecc.
L. CONGIUNZIONI
Vi sono congiunzioni proprie e congiunzioni improprie. Queste
ultime sono formate da avverbi o frasi avverbiali.
proprie:
e nè ma però o se
improprie;
dapò che
che
anzi pur donca
de modo che
vale a di’
93
Le congiunzioni possono essere:
1. copulative:
e che anzi oltre de chesto anche ancora
Esempi :
Vittorio 1’ èa un bón e un brào,
anzi se po’ di’ che ’l èa un
fiól esemplare.
A féi sta burla vita te t’ as ciarià
de debite e oltre de chesto te
t’ as rovinò anche ra salute.
Vittorio era buono e bravo, anzi
sì può dire eh ’ era un figlio
esemplare.
A condur questa brutta vita li
sei caricato di debiti e oltrac¬
ciò ti sei rovinata anche la
salute.
2. negative:
né gnanche ( neanche , nemmeno).
Esempi :
Al mal fato no se po’ rimediò
nè con sospire, nè con lagri-
mes.
No t’as da féi ste discorse diso¬
neste gnanche par scherzo.
Al mal fatto non si può rimedia¬
re nè con sospiri nè con la¬
grime.
Non devi far questi discorsi di¬
sonesti nemmeno per ischerzo.
3. avversative:
ma però seanche ( quantunque ) con duto chesto pur
pura epura.
Esempi :
Chel bón vècio 1* a vorù zi a mes¬
sa seanche Fé cosci fiédo.
Ii '1 a sempre fato el so dover;
con duto chesto i Fa tratà
mal.
’L é ’n òn brao fin che te vos,
ma ’l é ’na fre’ mesa ambi-
ziós.
Ancói 1’ é un dì fiédo; però el
non é cosci crudo come agnére.
Te me digées che ’1 é ’na fre’
poìtron; epura, besén che di¬
ghe che fin adès el s’a fato
vede premurós.
Quel buon vecchio ha voluto
andare atta messa quantunque
sia così freddo.
Egli ha sempre fatto il suo do¬
vere; con tutto ciò V han trat¬
tato male.
E' tm brav' uomo fin che vuoi,
ma è un po’ troppo ambizioso.
Oggi è un giorno freddo; però
non è così crudo come ieri.
Mi dicevi che è un po' poltrone;
eppure devo dire che finora si
fece vedere premuroso.
94
o
4. disgiuntive:
opura.
Esempi :
Par amor o par forza besén che
te te piéghes a féi come eh’ el
vo to pare.
Una de ra dóes: o che te cam-
bies vita o che te mando via.
Scemènza chesto ladro, ©pur fe-
nisce chel là prin; par irte l’é
istéso.
5. dichiarative:
cioè vale a di’ (vale a dire)
Esempi :
L’é zerto ’na gran fortuna par
el paes, se i tóse i é sane, fortes
e biei, mai a da èse anche boi,
vale a di’ ben educade, parcè
eh’ el bel e chesoutra qualitàs
del corpo col crésce d’i anes
es sin va, mentre ra bela vir-
tùs del cuór es pó dura sem¬
pre.
Cosci ra no pó zi, no : 1’ e da se
remenà ’na fre’ : cioè t’ as da
leà pi bonora e t’ as da lòurà
de bón saó come eh’ i a da
féi dute.
6. causali;
parche perchè; parcè? perchè?;
poiché; chè chè.
Esempi :
Parcè i asto dà ’na mazoràda zo
pa ra testa?
Parcé che ’ì min digéa duto
una J ).
Per amore o per forza Insogna
che li pieghi a fare come vuol
tuo padre.
lina delle due : o che cambi vita
o che li licenzio.
Incomincia questo lavoro, oppu¬
re finisci, quello lì prima; per
me è lo stesso.
Ti certo una fortuna per il pae¬
se , se i giovani sono sani, forti
e belli, ma devon essere anche
buoni , vale a dire bene edu¬
cali, perchè il bello e le altre
qualità del corpo coll' aumen¬
tar degli anni sen vanno, men¬
tre le belle virtù del cuore
possono durare sempre.
Così non può andare : bisogna
muoversi un po' : devi cioè
alzarti per tempo e lavorare di
buona lena come denon far
tutti.
parcé che perchè; za che giacché.
Perchè lo hai percosso colla bac¬
chetta sulla testai
Perchè me ne diceva d' ogni co¬
lore.
') Strane le frasi: — El min disc duto una; el min fèse duto una.
95
No podón tirà in avante a sta
condiziós, parcé eh’ i paga ma-
sa pòco e i laóre i é masa grève.
Za che son vegnùde in parla¬
mento, éi da te di’ anche che-
sta; — Chel bel mus,..!
Parcé piànzesto? — Eh, se te
saéses parcè!...
7. conclusive:
donca dunque; de modo che di
perciò; sichè sicché.
Esempi :
Ci che se scusa, se cusa. Anche
eì el se scusàa ignante eh’ i
domandase aìgo : donca te vé-
des che ’l colpevole ’l aéa da
èse el.
Ra tera ra zira intorno al sol
piegada de 23.5°, de modo che
can che Té dì al polo nord,
l’é nuóte al polo sud.
No i me spiéta mia, veh; par che=
sto l’è da se sentreà e móe
aiòlo.
Non possiamo tirare innanzi a
queste condizioni, perchè pa-
gan troppo poco e i lavori son
troppo pesanti.
Giacché siamo in argomento , de -
vo dirti anche questa : — Quel
brutto tipo...!
Perchè piangi? — Eh, se tu sa¬
pessi perchè!...
modo che; par chesto per questo,
Chi sì scusa, s'accusa. Anch' egli
si scusava prima che gli do¬
mandassi qualche cosa: dun¬
que vedi che il colpevole do-
vea esser lui.
La terra gira intorno al sole in¬
clinata di 23.5°, di modo che
quando al polo nord è giorno,
è notte al polo sud.
Non ci aspettano mica , ve'; per¬
ciò bisogna spicciarsi e partir
subito!
8. finali:
afinchè affinchè; parche perchè.
Esempi :
Anche in Ampezo ón tante biéi
proverbie, e i nòstre véce i a
fate, parchè podóne profità,
de ra sò esperienzes
El pioàn ’l a fato sonà ra mesa
granda ’na fre’ pi bonora,
afinchè i contadìs i podése aé
pi tempo a sturtà su el fén.
Anche in Ampezzo abbiamo tanti
bei proverbi, e i nostri vecchi
lì han fatti, perchè possiamo
profittare delle loro esperienze.
Il parroco fece suonare la messa
cantata un po' più di bon' ora,
affinchè i contadini potessero
avere più tempo a raccogliere
il fieno.
Osservazione :
Usasi quasi sempre la coniugazione finale: parchè.
96
9. condizionali;
se se mai purché
Esempi :
Fègio vorentiéra calche sacrifi¬
zio, purché el viene da algo.
Ió te confido sta roba, a pato che
no te dìghes nuia a negfm.
a pato che.
Faccio volentieri qualche sacrifi¬
cio , purché diventi qualche cosa.
Ti confido questa cosa a patto
che tu non dica nulla a nes¬
suno.
qualora
10. eccettuative;
forché fuorché; outro che altro che , fuorché.
Esempi :
El Signor ’L i perdonàa a dute,
forché ai ipòcrite.
A chéra riunión i èa sfade invi-
dàde dute chi de ra viginanza,
outro che chel pór diòu che *1
é sempre impetescià.
Il Divino Maestro perdonava a
tutti, fuorché agl' ipocriti.
A (quella riunione erano stati in¬
vitati tutti quelli della vici¬
nanza, fuorché quel povero
diavolo eh' è sempre alticcio.
il. di luogo;
agno che dove che.
Esempi :
Inze ‘na botéga agno che non è
ordin, va duto a ra pézo.
I pize i no pò sta sane inze chera
scòres agnó che mancia r* aria
e ra luze.
In un laboratorio dove non c' è
ordine, va tutto alla peggio.
I ragazzi non possono star sani
in quella scuola dove manca¬
no aria e luce.
12. temporali;
intanto che intanto che; dapò che dopo che; ignante che o prima
che prima che; apena che appena che; finché finché; fin a tanto
che fino a tanto che.
Esempi :
Ignante eh' el viene, parécete.
Dapò che ’1 non é pi zù con
chera catìa compagnìes, el s’ a
duto cambià.
Mare, bon’ anima, ra me fegéa
di’ su r’ orazios intanto che ra
pariciàa da zéna.
Prima che venga, preparati.
Dopo che non andò più con
quelle cattive compagnie , s'è
tutto cambiato.
La mamma, buon ’ anima, ci fa¬
ceva recitare le orazioni in¬
tanto che preparava la cena.
97
M. INTERIEZIONI
1. Interiezioni proprie.
ah oh ahi ohi ehi eh
Esempi :
Pili ! par féi chel tanto là son
bón anche ió.
Uh, ce ’na catìa che r’ é ehera
fémena!
Ah, éi tanto a caro!
Eh, chel là non é mia d’i nostre!
Oh! ce ladro che t’as fato ca!...
No te vargógnesto?
ih uh pìh = -puh.
Puh! per far quel tanto là sona
capace anch'io.
Uh, corri è cattiva quella donna!
Ah, sono tanto contento!
Eh, quello lì non è mica dei no¬
stri!
Oh, che lavoro che hai fatto qui!...
Non ti vergogni?
2. Altre parole che si usano a guisa d’interiezione.
bèni
ben, ben!
bòna, bòna!
bene
bene , bene
» i>
brào!
ce bèl! bèl!
uh, ce fuga!
ce un (pron.cwji)
benedeto!
oh, ce gusto!
uh, ce dolor!
maladeta!
pòh!
poh, te digo!
bravo
che beilo! bello!
uh, che spavento l )
che benedetto
oh, che gusto
uh, che dolore
maledetta
poh
ma ti dico
animo, via!
oh, ce pecà!
via de ca!
veli!
animo, ma
oh, che peccalo
via di qua
ve’, veli
caspita! caspita
parèse ! paròu tro ! peraltro
eh, dioulol
via de là!
guai!
in malora!
va a l’inferno!
uh, ce’narabia!
eli. diavolo
via di là
guai
in malora
va' all' inferno
oh, che rabbia
quante! - quanta! - quante! — Si dice anche: — ce de...!
beato tu! beatole 1 poerétaio! povera me'>
poerét-o ió ! povero me j ' beata tu ! beata le ]
Osservazione :
Quando in un pensiero esclamativo si vuol esprimere meravi¬
glia riguardo alla quantità di certe cose, invece dell’ agg. indie. :
1) Colla parola fuga il dialetto nomina 1- effetto per la causa,
2 ) Si vede che il dialetto invece di usare la forma dell’ oggetto
diretto del pronome, come nella lingua, usa nell’ interiezione quella del
soggetto : tu, ió (te, me).
98
quanto ecc..., si usa dire alla maniera francese : ce de .. . (que
de...); p. es. : Quanta bela ròbes intorno a mi! oppure : Ce de bela
ròbes intorno a mi! (francese: — Que de jolies choses autour
de- moi!).
Altri esempi :
Ce de late che r’ a st’ armental
Ce de vóe eh’ es a pondù ra vo¬
stra pìtes!
Ce de aga che vien fora da sto
buse!
Ce de polenta che ón magna a
disnà!
Ce de disgràzies che aé abù da
un an in ca!
Ce de pize che 1’ é inze sta scora!
Ce de biéi fiore che r’ a chera fe-
mena inz’el sò orto!
Altri esempi d’interiezioni :
Vardà ben, veh, de no ve fermà
inze calche ostaria! — Poh !
non avede fastide!
Uh, ce ’na fuga! son ca che tre¬
mo duto quanto!
Ih! fc’ induraste a féi duto sto
ladro? No vai ra pena, parehè
a ra fin te viénes paga d'ingra¬
titudine. ■ — Ce cóntelo ! Se
dute pensóse cosci no vegnaràe
mai fato nuia.
— Elo de mèo tò fioì?
— Ancuói el sta abastanza ben.
— Bòna, bòna ! ei tanto a caro.
Salùdemelo, Doman, s’ éi tem¬
po, ziréi a 1’ ciatà. Sanin
dapòl J )
— Sànin!
Quanto latte ha questa vacca!
Quante uova han deposto le vo¬
stre galline!
Quanta acqua esce da questo
buco!
Quanta polenta abbiamo mangia¬
to a pranzo!
Quante disgrazie avete avuto da
un anno!
Quanti fanciulli ci sono in questa
scuola!
Quanti bei fiori ha quella donna
nel suo orto!
Guardate bene , ve', di non fer¬
marvi in qualche osteria! —
Poh , non abbiate fastidio.
Uh, che spavento! son qui che
trema tutto!
Ih! ti prendi la briga di far tutto
questo lavoro 1 ? Non vai la pena,
percht) alla fine vieni pagato
d’ingratitudine. — Che impor¬
ta! Se tutti pensassero così, non
verrebbe mai fatto nulla.
— Sta meglio tuo figlio?
- Oggi sta abbastanza bene.
— Bene, bene! sono tanto con¬
tento. Salutamelo. Domani, se
ho tempo, andrò a trovarlo. Ti
saluto!
— A amo/
J ) Bollo e caratteristico il saluto ampezzano: Sanin dapò, che
significa :. State sani, arrivederci.
— Ah, chesta po’ r’ é grosa!
— No ra credéo? Ma, purtropo
r’ é vera!
— Oh Dio! gnatiche no me
n’ impago d’ èse sò fardel!
— Seloudadió *) che ’l é ruà a
ciasa senza ch'.i sée suzedù
nuià de mali
— Uh, ce pazienza che aé d’ aé
ava a eiata fora dute ste esem-
pie!
— E vos i aéo liète dute fin ca?
— Eh, sci, sci! e anche duta ra
règoles e r’ oservaziós che aé
betù zò.
— Ci sa se ghin sarà de outre
che se tolarà ra briga de fei
outrotanto!
— Eh! voréo che nosoutre ara-
pezane no s’interesóne ’na fre’
de ra roba nostres?
—. Ben, bén: vedarón! Sànin
dapò!
— Ah! questa poi è grossa!
— Non la credete? Ma, purtrop¬
po è itero!
— Oh, Dio! mi vergogno d' esse¬
re suo fratello!
— Sia lode a Dio che è arrivalo
a casa senza che gli sia succes¬
so nulla di male!
— Uh, che pazienza dovete aver
avuto a trovar tutti questi
esempi!
— E voi li avete letti tutti fin
qui ?
; — Eh, sì, sì! e anche tutte le re¬
gole e le osservazioni esposte.
— Chi sa se ci sarà qualche al¬
tro che si prenderà la briga di
fare altrettanto!
— Eh! volete che noialtri ampez-
zani non c' interessiamo un po'
delle cose nostre?
Bene, bene: vedremo! Addio.
i) Oclesi spesso dalla bocca dell’ ampezzano quest’ interiezione : —
Seloudadió! composta di quattro parole: Se’ (sée) lòude a Dió — Sia
lode a Dio. — Nella parola composta: seloudadió, Dio viene pronunziato
coll’ accento sull’ ó : tDió.
. ( 11 ha mmt0 1(1 Valenza dì scorrere queste alcune pagine sì
sara convinto, credo, che il dialetto ampeszano non si scosta gran
che dalla lingua; se poi tanto lui come chi non lo conosce affatto
ama occasione di sentirlo parlare, ne ritrarrà un' impressione buona
sta per la chiarezza e la robustezza che si dà all' esposizione di
qua .uriqne u e a, sta pei i suoni precisi delle vocali e per quelli assai
cuTaUettslici di certe eò?iso 7 i(i?iti.
E rimarchevole il fatto che la lingua italiana, in bocca del-
ammezzano, acquista un accento dolce, siinpamjm
Come saggio dì parlata ampezzana , oltre i numerosi esempi
inseriti nella grammatica « e ra ciacolada de chel ampezan », voglio
far seguire qui la traduzione di alcuni brani tolti dai « Promessi
.posi», e la narrazione dì due brevi racconti tradizionali della valle
d Ampezzo, tolti dalla guida del paese stampata nel 1904.
Ci si persuaderà che la costruzione sintattica corrisponde esat-
a quella della lingua e che , ad eccezione della ripetizione
pronomi, della diversa posizione di qualche particella e di alcune
fferenze morfologiche annotate qua e là nella per trattazione delle
Wf* del dlscorso > vi « scorge spontaneità e scorrevolezza
nello svolgimento del pensiero.
, , Si conosce però subito, specialmente nelle desinenze plurali
, "WÈM e nelle terminazioni dì certe voci dei verbi
che il dialetto ammezzano in fondo è di carattere ladino, ma di gran
■unga piu facile da capire in paragone ai dialetti di Uvinallongo,
cela vai di Badìa, della vai di Fassa, della vai di Gardena e
del Frinii.
Il testo della lingua non sarebbe streuam.enle necessario, qui
alla fine di questo lavoruccio, per capir bene lutto; cionondimeno ,
avendolo soli occhio, esso può giovare moltissimo a fare, con mag¬
gior prontezza, qualunque confronto grammaticale ed etimologico
101
TRADUZIONE
di alcuni brani dei ,, Promessi Sposi’'
Capitolo i.
Che chi dói descrite de sora i
stagése là a spietà calchedun,
]’èa ’na roba tropo evidente, ma
chel che pi i a despìagiù a don
Abondio l'é sta a dovè s’incór¬
re, par zerfe ate, che chel eh’ i
spietàa ’l èa el. Parchè, al vede
a vegnì, colóre i s' aéa var-
dà ìnz’ el mus, alzando ra testa
con un movimento che se vedéa
che dute dói inz’ un colpo i avéa
dito: ’l é el; chel^ che stagéa a
eavalòto el s’ aéà'àlzà in pès, ti¬
rando ra sò giamba su ra stra¬
da; chel outro el s’aéa destacà
dal muro e dute dói i zìa incon¬
tro a el. El, tegnèndose sempre
el breviario davante davèrto, co¬
me s’el liesése, ’l alzàa i òce, par
spià ra mòses de colóre; e, a véde
eh’ i vegnì a propìo incontro a el,
inz’ un colpo i é pasà pa ra testa
mile pensiere. El s’ a domanda
aiòlo in prèsela a el steso, se,
tra i bràve e el, tóse càlche stra¬
da da zi fòra, a man dreta o a
man zanca; e t é vegnù in mente
aiòlo de no. El s’ a esaminà in
prèscia, se ’l avése pecà contro
calche potente, contro calche ven¬
dicativo; ma anche in sto riguar¬
do, el testimògno consolante, de
ra coscienza el lo fegéa sta se-
gùro: i brave però i zìa sempre
pi pède e i lo vardàa fìs. El ’l a
Che i due descritti di sopra
stessero ivi ad aspettar qualche -
duno, era cosa troppo evidente;
ma quel che più dispiacque a
don Abbondio fu il dover accor¬
gersi, per certi atti, che V aspet¬
talo era luì. Perche, al suo appa¬
rire, coloro s’ erari guardali in
viso, alzando la testa con un mo¬
vimento dal quale si scorgeva che
luti' e due a un tratto avevan
detto : è luì; quello che stava ca¬
valcioni $' era alzato, tirando la
sua gamba sulla strada; V altro
s' era staccato dal muro; e tutt' e
due gli s'avviavano incontro.
Egli, tenendo sempre il brevia¬
rio aperto dinanzi, come se leg¬
gesse, spìngèa lo sguardo in su,
per ispiar le mosse di coloro; e,
vedendoseli venir proprio incon¬
tro, fu assalilo a un tratto da
mille pensieri. Domandò subito
in fretta a. se stesso, se, tra i bra¬
vi e lui, ci fosse qualche uscita
di strada, a destra o a sinistra;
e gli sovvenne subito di no. Fece
un rapido esame, se avesse pec¬
cato contro qualche potente, con¬
tro qualche vendicativo; ma, an¬
che in quel turbamento, il testi¬
monio consolante della coscienza
lo rassicurava alquanto; i bravi
però s'avvicinavano , guardando¬
lo fìsso. Mise V indice e il medio
belìi ’1 diédo indize e 1 mèdio
de ra man zanca inz 1 el coléto,
come par sei comoda; e, fin che
i ziràa chi dèi diede intór el col,
el voltàa intanto el trtus indrìo,
el storzéa ra boria e "1 vardàa co
ra coda de V ocio, fin agnó eh' el
porìéa, se ruàse calchedùn; ma
el non a vedo negun .
... ; can
Ip el s' a ciatà de fronte a chi
dói galantòme, T 1 a pensà inze
de el : són ea nos; e f l s’a fermà
inz' un colpo. — Seiór curato, *1
a dito un de chi doi e intanto el
i a impianta i òce in fàza.
— Ce comandào? — ’1 a re-
spondù aiòlo don Abondio, al¬
zando i sèi dal libro, che ’1 i é
restìi spalanca inze ra mas come
sun un letorìn.
— Vos avé intenzión, *1 a con¬
tinua chel outro, .
della mano sinistra nel collare,
come per raccomodarlo; e , gi¬
rando le due dita intorno al cal¬
lo ., volgeva pianto la faccia al-
V indietro, torcendo msiame la
bocca, e g nani andò con la coda
deir occhio, fin dove poteva, se
quale he damo arrivasse; ma non
vide nessuno .
. ; quando
si trovò a fronte dei due galan¬
tuomini, disse mcnlfdtnente : ci
siamo; e si fermò, su due piedi,
— Signor curato , disse un dì
que' due , pian tarlo gli gli occhi
in faccia.
— Cosa wmandaf — rispose
subito don Abbondio } alzando ì
suoi dal libro , che gli restò spa¬
lancato nelle mani come sur un
leggìo.
— Lei ha intenzione — prose¬
guì V altro , ......
Capitolo ni.
. eh via! Ce vegnìo a
me rompe ra testa co sta fando-
niB'sì Fegé de sti discorse tra de
vosòutre che no saé mesnrà ra
paròìes; e no vegni a i fei con un
galantón cbVel sa quanto eh' es
vai. Zi là, zi là; no saé che! che
digé: ió no m’impàzo con tosate;
no voi senti descorse de sta sorte,
descorse par aria.
— Ve zùro. . .
— Zi là, ve dtgo; ce voréo che
fège eh i vostre duramente? 16 no
entro : me lao ra mas. E el se
res sfreàa, come se 1 res lavàse
da sén.
. eh vìa! Che mi venite a
rompere il capo con queste fam
donici Fate di questi discorsi tra
voi altri , che non sapete misurar
le parole; e non venite a farli eon
un galantuomo che sa quanto
valgono . Andate, andate; non sa¬
pete quel che vi dite; io non mi
impiccio con ragazzi; non voglio
sentir discorsi di questa sorte , di¬
scorsi in aria .
— Le giuro. ..
Andate, vi dico , che volete
eh' io faccia de* vostri giurarnem
liti lo non c entro ; me ne lavo le
mani . — E se le andava strojne-
dando, come se le lavasse da
vero .
Capitolo xxxviii.
Ah! ’l é morto cioncai el sin
è propio zù! ’l a esclami don
Abondio. — Vedéo, fidi, se ra
Providenza ra ra ciàpa a. ra fin
zerta ?ènte. Saéo che 1* é ’na
gran roba! uri gran respiro par
sto pór paés! chè ca no se podéa
pi vìve-con chel là.
H’ é stada un gran flagél sta
peste; ma r’ è stada anche ’na
seda; r’ a spazà via zèrte ti-
pe, che, fidi midi, no sin libe¬
rata pi ;.
— Ahi — el digéa dapò inze
de el don Abondio, can che ’l é
torna a ciasa: — se ra peste ra
fegése sempre e par cìnto ra robes
inze sta maniera ca, saràe pro¬
pio pecà a n’ di’ mal; quasi
quasi ghin voràe èse una ogni
generazioni e se podaràe sta 1 a
paté de r’ aé; ma guarì, veh.
.4/;/ è morto dunque! è pro¬
prio andato! — esclamò don Ab¬
bondio. Vedete , figliuoli, se la
Provvidenza arriva alla fine certa
gente. Sapete che 1' è una gran
cosa! un gran respiro per questo
povero paese! chè non ci si pote¬
va vivere con colui. E' stalo un
gran flagello questa peste; ma è
anche stata una scopa; ha spaz¬
zato via certi soggetti, che, fi¬
gliuoli miei , non ce ne liberava¬
mo più: . .
— Ah! diceva poi tra sé don
Abbondio, tornalo a casa: — se
la peste facesse sempre e per
tutto le cose in questa maniera,
sarebbe proprio peccato il dirne
male: quasi quasi ce ne vorrebbe
una, ogni generazione; e si po¬
trebbe stare a patti d'averla; ma
guarire, ve' — .
. . . ; e Renzo ’l a vorù che
i (i fioi) ’mparàse dute a liese e
serie, digèndo che za che r’ èa
sta birbonada, i aéa da profità
anche lore.
EÌ bel 1’ èa al sentì conta chel
eh' i èa svzedv : e ’ì fenìa sempre
col di’ la gran ròbes che ’l aéa
imparà par se rège mèo dapo’.
- Ei imparà — el digéa — a
no me bète inz' i bordiéi : éi im¬
para a no predica inze pinza :
éi impara a no alza masa el co-
meddn : éi imparà a no tegnì el
martel de ra portes inze man,
can che là dintorno l’é de ra
zènte co ra testa ciouda: éi im¬
parò a no me tacà ’na ciampa-
. ; e Renzo volle che im¬
parassero tutti a leggere e scri¬
vere, dicendo che, giacché la
c' era questa, birberia, dovevano
almeno profittarne anche loro
Il bello era a sentirlo raccon¬
tare le sue avventure : e finiva
sempre col dire le gran cose che
ci aveva imparate, per governar¬
si meglio in avvenire. — Ho im¬
parato — diceva — a non met¬
termi ne' tumulti : ho imparato
a non predicar in piazza; ho im¬
porralo a non alzar troppo il go¬
mito : ho imparato a non tenere
in mano il martello delle porte,
quando c' è lì d'intorno gente
che ha la lesta calda; ho impa-
104
nela inz’ el pè, ignante d’ aé pen¬
sa a chel che pó suzéde. E zento
outra robes.
. ; e ió — ra i a dito un
dì (Luzia) al sò moralista, ce
voréo che èbe impara? Ió non son
zùdà in zerca de ra disgrazies:
es é vegnùdes éres a me ciatà me.
Se però no vorasà di’ . . . che
’l me sproposito sée sta chel de
ve voré ben e de me promete a
vos.
rato a non attaccarmi un cam¬
panello al piede, prima d'aver
pensato quel che ne possa nasce¬
re, — E cent, altre cose .
. ; e io, disse un giorno
al suo moralista, cosa volete che
abbia imparato ? Io non sono an¬
data a cercare i guai: son loro
che sono venuti a cercar me.
Quando non voleste dire, .
che il mio sproposito sia stato
quello di volervi bene , e di pro¬
mettermi a voi .
. , i é vegnùde a ra con-
clusion che .... can eh’ es
vién (ra disgrazies), o par colpa
o senza colpa, ra fiduzia inz’ el
Signor ra ’s fèsc pi ìesiéres e
ra ’s rende pi utiles par una vita
pi bona.
. , conclusero .
che quando vengono (i guai), o
per colpa o senza colpa, la fidu¬
cia in Dio li raddolcisce, e li ren¬
de utili per una vita migliore.
*
E basta anche co ste brane, eh’ i saràe però un pi bel de l'ou-
tro. Ci ch’i vó liése dute, eh’el se provede sto libro de oro del
Manzoni, che ’l dovaràe èse inze ogni ciasa del nòsc caro paés,
parcé eh’ el no m’insegna solamente a pensa ben e a parla e serie
polito ra nostra bela lingua, ma anche a vive e a vive da galantome
e da boi cristiane.
E adès, se non aé perdù ra pazienza, ìiesón insieme ancora
chera doa storièles eh’ éi dito e che ’s éi toléstes fora de chera guida
d’Ampezo, eh' i a fato stampi alquante ampezane calche an ignante
ra guera.
— Ra vai de Fànes r’ é drio ra Tofanes, deventades tanto
famóses inze sta ultima guera. A un zerto punto ra strada ra rùa
pède un prezipizio fondo 80 metre, e chel ponte eh’ i a fato par pasà
sora, i lo ciama el Ponte outo. El luó ’ì é proprio romantico e pito-
resco, e sicome là r’ aga, zo par chi crèpe 5 ), ra fèsc ’na gran cascada,
se pó di’ die ’l é un dei pi biéi dei din tome de Cortina.
1) rocce-
105
Ma al féi ancora pi interesante zoa ’) ra conoscenza de sto fato
che par tradizion i conta inz’ el paés.
— ’Na òta V èa donca un zóin 2 ) cavalier de Brack, propi età rio
del castel de Asch inze ra vai de Badìa.
Sto tós el i voréa bén a una fióla del castelan de Dote-stagno,
e par zi a ra cista e a i féi ì’ amor, ’l aéa da traversa ra vai de Fànes,
el Ponte outo e '1 Pian de Lóa 3 ).
I Ampezane i non aéa negùna simpatia par sto zóin cavalier
e i non èa gnente afato contente eh’el se fegése noìzo 4 ) de ra bela
fiola del castelan de ra vai. Par chesto i tramàa de 1’ ciapà e i
tendéa de spés, ma i non é stade mai bòi de 1’ brincà a ).
A ra fin i a deziso de petà zo a ) el pónte e de 1’ spiéta là sul
posto finché el vegnìse de ritorno, par se podé pó imposesà de ra
so persona.
Dito e fato.
Can che die] cavalier '1 é ruà là e eh’ el s’ a incorto del burto
tiro di’ i voréa féi, el i a dà alquanta speronàdes al so brào cavai,
e co ra òga r ) eh’ el s’ aéa tolésc, '1 a tira 8 ), con coràgio, un gran
sòuto fin da cher’outra parte, e in sta magnéra ’l a podù scampà
da ra sgrinfes 9 ) d’i so persecutore.
Gli iste i e restade là de stuco a vede tanto coragio e tanta
braùra, e da 1’ odio eh’ i aéa de dignante 10 ) i é pasade inz’ un colpo
a una gran stima e a un gran rispetto par el, che da chel dì ’l a
sempre podù zi par i fate suói senza òse pi desturbà da negùn.
* *
Da Cortina se pó ruà 11 ) al Ponte outo par el Pian de Loa s ma
anche par inv outra strada. Ignante 12 ) de èse inze a Fiames, se
volta a man zanca, se pasa el ponte sul Roite pèdè IZ ) ra sìa 14 ) e pò,
su par una bela boscàia, se se porta in vai de Fiorenza 15 ), se camina
su par un trói 1C ) erto fin a ra forzèla fra el Col Rosa e ra Tofanes;
e da ca inz’ un* ora pòco manco se rùa zò in vai de Pospórcora
propio al Ponte outo.
1) giova, — 1 2) giovine. — 3) Piano della Lupa. - — 4) fidanzato. — 5) acciuffare,
— (1) abbattere, — 7) rincorsa; ogò liosa = guidare una slitta, — 8) spiccò. —
9) grinfie. — 10) dapprima, — 11) arrivare. — 12 prima. — 13) vicino. — l i) séga.
15) Che bel nomcl — 16) sentiero.
Zon adès a visita col pensiero ra Gròtes de Volpèra* 1 .
Sote Crèpa, (Belvedere) verso el pian de Grampo (villaggio),
l’é un bel bosco, ma can che se va inze, se vede sasói che fèsc
paura, toche de eroda 2 ) un sora l’outro.che i s’a destaci in tempe
antichisime da ra montagnola de Crèpa; e i disc eh' i òhe sopori
un vilagio. Soie chera rovina de crèpe se vede de ra gran cavernes
e de ra conca magni fiches cuertes de erba. Inze mèzo a che! càos
de sasc*); de buge e de cavernes, eh' i ciama ra Gròtes de Volpèra,
se ciàta un bel sito che vien nomina: — ra Gégia '} de Maria
de Zanìn.
Riguardo a r’ origine de sto gnòn, eco ra storiela che se
sente conti.
— I Romane par zi a ra piaza fortificada de Auguntun * 5 ) i
vegnìa pa ra strada nominada Via Claudia che ra pasia par Am-
pezo, e anzi ca i aéa betù ’na compagnia de melitare. Un coman¬
dante de sti soldade romane el s’avéa inamorà d’una bela tosa,
! na zerta Maria de Giovanino. Èra però ra no voréa insavé fl ) e ra
no i dagéa bada; ma el ’l i zìa sempre daòs 7 ) e ’l no ra lasciava
mai in pasc.
Par scampi da chel insolente chera por tosa ra se ritiriàa a
prei 8 ) inze pa ra Gròtes de Volpèra ch'es non èa tanto in da
lónze 8 ) da ra so ciasa; e ancora al dì d’ancói un de chi luóghe,
d’ un aspeto imponente e romantico, i lo ciama col gnòn de chera
por perseguitada: — ra Gégia de Maria de Zanìn.
1} Grotte delle Volpi, — 2) ròccia, montagna. — 3 ) sassi. — 4) chiesa, —
5) S. Candido. — fi) non voleva saperne, — 7} dietro. — 8) pregare. — 9) lontana.
INDICE
Prefazione .
FONOLOGIA E ORTOGRAFIA
Vocali.
Consonanti :
a) Osservazioni generali
!;) Osservazioni particolari
L Suono gutt. e pai. del c e
del g .
% Suono aspro e dolce dell 1 5
e della z ,
Il nesso se .
Riepilogo dei suoni dì alcu¬
ne consonanti .
MORFOLOGIA ....
A. - Articoli .
Appli caz. degli art. deterni
» » » indet.
B. - Preposizioni articolate
C. - Nomi . .
Cambiamento di numero nel
genere maschile
Cambiamento di numero nel
genere femminile .
D. - Alterazione dei nomi .
Alterazione dei nomi propri
E. - Aggettivi ;
a) qualificativi .
h) comparazione degli ag¬
gettivi ....
e) aggettivi indicativi .
* Pronomi:
personali ....
pronomi nelle frasi imper¬
sonali .
pronom. cong. me .
pronome di III pers. ì .
pal¬
ili
1
3
?
8
10
11
13
13
14
15
18
specchietto dei pronomi d
forma congiuntiva .
forme pleonast. gin, ì ,
pronomi possessivi
» dimostrativi „
>1 relativi .
» interrogativi.
» indefiniti
G. - Verbi.
Osservai generali sui verbi
Flessione dei verbi .
Coniugazione dei verbi au
sili a ri essere e avere e dei
verbi regolari di L II e III
coniugazione .
Modo indicativo .
» congiuntivo
» condizionale .
Dipendenza dei tempi .
Modo imperativo
» indefinito
Coniugazione dei verbi irre
gol ari di I coniugazione
Coniugazione dei verbi irre
golari di II e III coniu
gazione.
Verbi riflessivi
Verbi nelle proposizioni in¬
terrogative ....
Verbi impersonali
Esempio di parlata ampez
zana.
paff.
46
47
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54
56
[_ft ob. 9
BRUNO APOLLONIO
maestro
GRAMMATICA
DEL
DIALETTO AMPEZZANO
ERV AZIONI SULLA PARLATA AMPEZZANA
TRENTO
ARTI GRAKICHIÌ TR1DENTUM
1930
QpCARD 101 i
C*QMs0 ,
2 / 6-4
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BRUNO APOLLONIO
maestro
GRAMMATICA
DEL
DIALETTO AMPEZZANO
OSSERVAZIONI SULLA PARLATA AMPEZZANA
TRENTO
80 90 100 110 130
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